Eppoi, quando stai lì dentro e vedi un fondo azzurro, mica hai tempo di sfogarti, chiacchierare. Sei sola, stretta tra i centesimi di secondo e i pensieri. Ha 26 anni, ma ogni tanto l’incubo di capire se da grande voleva essere Federica Pellegrini o una biondina di periferia, le ruzzola ancora nel cervello. Eppure ce l’ha messa tutta per diventare la più grande nuotatrice di tutti i tempi. Merito di madre natura, certo, che l’ha dotata di braccia e gambe lunghissime, la capacità di galleggiare che neanche i delfini, ma il resto sono stati allenamenti, palestre, cibo. Rinunce. tante. Perché senza fatica, nonostante tutto, non diventi la più forte del mondo. In piscina non sei su un campo di pallone, dove con un paio di piedi alla Maradona riesci a scolpire la storia nonostante la cocaina, i bagordi, le feste dei camorristi. No, l’acqua col cloro ti chiede qualcosa in più. A partire dalla solitudine.

E quando diventi la più forte, come racconta lei, neanche te ne accorgi, perché hai la testa di una ragazzina. Ha sedici anni e una medaglia d’oro quando i giornali e le televisioni hanno iniziato a strattonarla dappertutto. Le crisi d’ansia diventano quasi routine. Ma chi se ne frega, se poi la vedi nuotare. È la più forte, le avversarie se le mangia quando vuole. Lasciata l’adolescenza Federica Pellegrini, quasi sempre Fede, anche per chi non la conosce, forse è più donna di qualche anno fa. Sa cosa vuole, nonostante l’eterno crinale tra la campionessa e la vita di provincia. A guardarla mentre si allena capisci la differenza. Tutta questione di come galleggia, prima cosa. Di come non ascolta nessuno e gestisce quella che è la sua vita senza la possibilità di cambiarla. Anche perché le carte hanno giocato a suo favore.

Alla sua età le ragazze si chiedono cosa faranno da grandi. Lei?
Se intende il lavoro non ho questo problema. Il nuoto mi ha regalato la fortuna di non dipendere da nessuno.

La famiglia, i figli. La casa, un marito, la vita che non è macchine fotografiche.
Certo che voglio una famiglia. Voglio i figli. D’altronde parliamo dei valori nei quali sono cresciuta. Casa e piscina.

Come si diventa Federica Pellegrini?
Non lo so, mi pare ancora oggi che sia accaduto tutto molto in fretta. Volevo arrivare prima delle mie compagne di corso, mica medaglia d’oro alle Olimpiadi.

È lì che ha capito che non sarebbe stato così?
Esattamente ad Atene, prima medaglia olimpica. Allora ascoltavo solo quello che dicevano gli altri, e ci avevano visto dentro, ovvio. Per me ero Federica di Spinea che ce l’avrebbe messa tutta ad andare veloce. Nulla di più.

Quando ha iniziato a nuotare?
È accaduto contro la mia volontà. Era un corso di ambientamento nell’acqua per neonati. Deve essere stato quello.

Da allora non più smesso?
Tra i cinque e i sei anni. Un anno di pausa. Ma è stato il mio unico sport.

Un amore irresistibile con l’acqua.
Assolutamente, forte, passionale, fatto di mancanze reciproche.

Lo stesso trasporto vale per la piscina e per il mare?
Solo per la piscina. Io e il mare non abbiamo ancora fatto pace. Ci guardiamo, ma a debita distanza. Io non nuoto dove non vedo il fondo.

Vuole dire che la Pellegrini ha paura del mare?
È così. Sono abituata a vedere il fondale, se c’è nero non mi tuffo.

Ha paura di annegare?
No, non mi tuffo e basta. Non sono donna di mare, sono nata a Spinea, cresciuta tra Milano e Verona con una pausa a Parigi. Non chiedetemi del mare.

Potrebbe provare con le immersioni.
Già fatto. Proprio per superarla la paura, perché sono fatta così. Prima lezione per prendere il brevetto e lì è finito tutto. Ma in realtà è una questione di compensazione. Mi porto dietro un’otite cronica da quando ero piccola e non ce la faccio. Finita lì.

Difficile credere che chi vince alle Olimpiadi si arrenda così facilmente. Nell’immaginario collettivo lei è la ragazzina che voleva fare tutto e prima di tutti. Non è competitiva?
Non è così. Non ero la ragazzina che voleva primeggiare su tutti. Sicuramente non lo sono più adesso. Competitiva certo, lo sport ti insegna a esserlo, ma non a tutti i costi. Ero come le altre. Più che altro mi è mancato essere come tutte le altre.

In che senso?
Il nuoto mi ha tolto un po’ di questo aspetto. Io ho avuto amicizie, amori grandi e piccoli, giochi, serate, ma tutte a bordo vasca. La mia vita è stata piscina. E inevitabilmente tutto ha ruotato attorno a quello, forse ancora oggi. Le mie amiche del cuore nuotavano. E la sera la pizza, ma continuavamo a parlare di nuoto. Ci ho messo del tempo a staccarmi da quel monolite.

Dopo torniamo all’acqua. Magari parliamo ancora di quel problema del mare. Una cosa: ha votato alle ultime elezioni?
No, ero fuori.

Avrebbe votato Berlusconi?
No, e comunque non era candidato Berlusconi, dunque non votabile.

Ha ragione. E Grillo? Le è simpatico?
No, non mi faccia parlare di politica. Si scatena il finimondo. Torniamo all’acqua, anche al mare se vuole. Ma non mi faccia dire niente del resto. Ripeto: ero via, non sono andata a votare. Farebbe sforzi inutili.

Vabbè, altre volte però avrà votato?
Sa dov’era la mia prima piscina?

No. Dica pure, abbiamo capito che la pagina politica è chiusa.
Via Calabria, vicino a Spinea. La mia prima società si chiamava Serenissima e il primo allenatore Elena Piatto.

La piscina più bella?
No, vorrei. Ma la piscina più bella del mondo è quella di Roma.

Non si allenerebbe a Roma?
Verona ormai è casa mia, un’ora di macchina e sono dalla mia famiglia. Non ho voglia di stravolgere questo equilibrio. Sono molto attaccata ai miei, mi mancherebbero. Mi mancherebbe mio fratello.

Perché suo fratello non è diventato un campione?
Perché è pigro. Figuriamoci se avrebbe fatto la vita che ho fatto io. Aveva tutte le potenzialità.

A cosa pensa quando nuota? In fondo siete soli, voi nuotatori. Si legge anche negli occhi. Alla fine dei conti ci sono il nastro, la corsia, il fondale.
In allenamento penso a tutto. Mi ripasso il film della giornata, penso ai libri che leggo, alla televisione che vedo, alle persone che incontro. Diciamo che ho tutto il tempo per farlo.

Quante ore trascorre in piscina ogni giorno?
Cinque ore. Tante. Poi tre giorni alla settimana anche la palestra. E la corsa, fondamentale.

Ma anche da piccola nuotava così tanto?
No, un allenamento al giorno. Andavo a scuola e studiavo. Ci sono stati periodi in cui nuotavo prima della scuola, alle cinque del mattino. Mi svegliavo alle quattro e mezzo e via in piscina.

Lei è considerata una mangiatrice di allenatori. È vero? O sono loro che non sempre sono stati all’altezza?
È un dubbio con il quale convivo. Una delle due ipotesi. Poi il problema era di essere all’altezza di Alberto Castagnetti, che è stato il mio secondo papà. Quando se n’è andato senza avvisarmi, morto dopo una complicazione di un intervento che sembrava di routine, mi è franato il mondo addosso.

È riuscita a metabolizzare il lutto?
Diciamo di sì. Ma sento la mancanza di Alberto, sempre. Quella sensazione non passerà mai.

Lei non è così antipatica come la descrivono.
Questo non lo so. Non mi conoscono, probabilmente. Ho i miei dubbi, le mie fragilità. Sono una ragazza di 26 anni cresciuta molto in fretta per necessità di sport, abituata a vivere il mondo e che appena può torna a casa. Come se ci fosse un elastico che alla fine mi riporta sempre a Spinea.

Si è immaginata un futuro dopo la piscina?
Non ci penso. Non so neanche se alla fine smetterò dopo le prossime olimpiadi. Dipende da quanto posso ancora giocarmela, ovviamente. Vediamo cosa accade. Però un giorno dovrà finire, lo so. Ma porsi il problema oggi sarebbe inutile, smentito da quello che accade domani mattina.

Rifarebbe tutti i sacrifici che ha fatto?
Anche a questo non saprei cosa rispondere. Ho fatto i sacrifici, so cosa mi è mancato. Ma l’acqua è la mia vita.

L’acqua della piscina, non il mare.
Esatto. Col mare ho chiuso. Colpa sua però, io ce l’ho messa tutta.

Da Il Fatto Quotidiano di lunedì 9 giugno 2014