E se Marine Le Pen fosse riuscita a “sdoganarsi” anche agli occhi degli intellettuali? Alcune novità dell’ultima ora, in particolare certe dichiarazioni del regista Jean-Luc Godard, sembrano andare in questo senso. Continua così la “dédiabolisation” della zarina dell’estrema destra, che già le ha permesso di collocare il suo partito, il Front National, al primo posto alle ultime elezioni europee. E che lei persegue con tutte le sue energie, anche prendendo le distanze, come è avvenuto pochi gironi fa, dal padre Jean-Marie, che è ritornato alla riscossa con dichiarazioni antisemite.

Ma cominciamo da Godard, il maestro della Nouvelle Vague, che all’ultimo festival di Cannes ha presentato un film, Adieu au language, triste ed enigmatico, come sempre. Ebbene, uno dei personaggi simboli del ’68 parigino (e vessillo della gauche) al quotidiano Le Monde ha dichiarato: “Speravo che il Front National arrivasse in testa”. Ha aggiunto: “Trovo che Hollande dovrebbe nominare Marine Le Pen primo ministro”. Chiamato a giustificare le sue frasi sbalorditive, ha detto: “Affinché le cose si smuovano un po’, affinché si faccia almeno finta di smuoversi un po’, se non riusciamo davvero a smuoverci. Fare finta è sempre meglio che non fare nulla”.

Sono prese di posizione sorprendenti. Ma fino a un certo punto: Godard non ama esporsi sui media, ma quando lo fa, in genere lascia il segno. Negli anni Ottanta, invitato in televisione da Bernard Pivot, che conduceva una seguitissima trasmissione di tipo culturale, alla domanda: “Quale volto farebbe imprimere sulle banconote”, il regista rispose “Adolf Hitler”. Molto prima, in Qui e altrove, lungometraggio del 1976, aveva inserito, in uno dei suoi caratteristici montaggi rapidi e “aggressivi” aveva messo uno dopo l’altro a ripetizione i visi di Golda Meir e del solito Hitler. Si dirà, le solite provocazioni di un artista bislacco… ma in realtà sono significative. E a Parigi non sono passate inosservate. Tanto più che è appena uscito un saggio di Jean-François Kahn, giornalista conosciuto, in area sinistra ma senza mai il timore di andare controcorrente, dal titolo “Marine Le Pen vous dit merci”. Come dire “Marine Le Pen vi dice grazie”. Kahn accusa gli intellettuali francesi (e soprattutto parigini) della gauche caviar (radical chic) o meno di aver fatto il gioco dei Le Pen descrivendoli da sempre in maniera grottesca o, peggio, ignorandoli, come hanno fatto i media per tanti anni. Se la prende in particolare con il filosofo Bernard-Henry Lévy, vero animale televisivo, espressione quasi caricaturale dei salotti della capitale, portato ad esempio del divario ormai abissale che divide il francese medio, quello “vero”, dai ceti dirigenti della sinistra.

“Da 30 anni – ha sottolineato Kahn – gli intellettuali hanno monopolizzato la lotta contro il Front National. E abbiamo visto con quali risultati: il partito non fa altro che crescere a ogni elezione”. Il giornalista, contestato da molti colleghi nei giorni scorsi, punta il dito sul rifiuto degli intellettuali “di vedere certe realtà, soprattutto in materia di immigrazione e di insicurezza. Questo, in maniera inconsapevole o addirittura consapevolmente, ha fatto il gioco dell’Fn”. Secondo Kahn, Marine Le Pen ha saputo abilmente distinguersi dal padre e dai suoi eccessi: “La Le Pen è un miscuglio di estrema destra e di estrema sinistra, che approfitta del doppio rifiuto di tanti francesi dell’ideologia post-sessantottina e del neoliberismo economico”. Mette anche i guardia chi, proprio fra gli intellettuali, non fa che parlare di populismo a proposito della donna, perchè, secondo Kahn, “il populismo è per tante persone sinonimo di popolare”. Sfortunatamente non è una definizione negativa.