Sì, il regista del giorno è proprio Paolo Virzì, il livornesissimo Virzì. Non solo perché ha appena stravinto il David di Donatello con il bel Il capitale umano, ma anche – e per la cronaca forse soprattutto – perché si è infilato nell’affaire del ribaltone livornese menando colpi a destra e a manca e meritandosi così le attenzioni del blog di Grillo. A Livorno le cose si dicono sfacciatamente e spesso anche ironicamente: il Vernacoliere e le teste di Modì insegnano (e solo a Livorno poteva presentarsi un partito dal nome vagamente sarcastico di Movimento Cinque e Cinque: “cinque e cinque” è il nome della focaccia con la cecina…).

Nell’eleggerlo “regista del giorno”, Grillo ha avuto semmai il torto di riportare nel suo post solo una piccola parte delle parole di Virzì, quella dedicata al neosindaco Nogarin, e non anche quella dedicata al Pd. A proposito del quale Virzì ha detto quello che i livornesi pensano e hanno espresso col voto: non se ne può davvero più di un partito che a Livorno si è arroccato su se stesso restando sordo alle spinte di rinnovamento i cui segnali vengono forti e chiari da ogni dove. E lo ha detto in modo diretto – “Spero che perdiate” – al Pd stesso quando il partito è andato a chiedergli di candidarsi a sindaco. Ma ora Virzì ha detto anche che il nuovo sindaco non gli piace per il suo impaccio con l’italiano e con i giornalisti. Frasi, un po’ improvvide per la loro supponenza, che sono state riprese da Grillo per inaugurare la rubrica sul suo blog.

C’è in questa piccola vicenda un intreccio di spunti che sarebbe bene non sottovalutare. Da una parte c’è il fatto simbolico della defenestrazione del partito erede del Pci dalla città più rossa d’Italia, e questo nel momento in cui il Pd gode di una simpatia e di un consenso elettorale senza pari: non si vive di rendita, ha detto Renzi, ma non si vive neanche di sottopotere locale. Dall’altra parte c’è un fatto altrettanto simbolico. Tradizionalmente (quasi) tutto il cinema italiano è sempre stato schierato vicino ai partiti della sinistra, prima di tutto per una questione di affinità di valori: fare il cinema vuol dire, in un modo o in un altro, sognare un’altra società essendo capaci di traguardare criticamente l’oggi, e magari di trasfigurarlo. Su questa lunghezza d’onda è fatale che chi fa cinema incontri le forze politiche che più sono orientate alla critica positiva dell’esistente. Non a caso, ancora sul piano simbolico, il picchetto d’onore accanto alla bara di Berlinguer fu fatto da signori che si chiamavano Fellini, Antonioni, Mastroianni…Ma se il Pd viene percepito come forza sostanzialmente conservatrice e lontana dalle drammatiche urgenze sociali è altrettanto fatale che chi fa il cinema cominci a prendere – sia pur per ora troppo timidamente – le distanze da quel partito.

Qui si innesta la questione di Grillo. E’ ormai chiaro che chi vota il M5S non è solo un arrabbiato populista e anarcoide, ma è anche e forse soprattutto un deluso dalle altre esperienze della politica. Che questa delusione provenga in larga misura dalle file della sinistra dovrebbe far riflettere Grillo e il suo gruppo. Mettere garbatamente alla gogna “il regista del giorno”, magari prelevando da un’intervista solo alcune frasi, serve a poco. Il Movimento 5 Stelle ha un patrimonio di consensi, alcune grossolane ingenuità commesse hanno impedito che esso acquisisse una forza europarlamentare pari al seguito che forse ha nell’elettorato. Se si confrontasse più positivamente e più intensamente con quella parte dell’universo della creazione che pensa che un altro mondo è possibile forse avrebbe molto da guadagnare.