Il 12 giugno è arrivato, inizia il Mondiale di Calcio. La XXª edizione della massima competizione per nazionali torna in Brasile dopo 64 anni e verrebbe da dire, torna a casa. I tifosi di tutto il mondo attendono da tempo il fischio d’inizio della partita inaugurale, Brasile-Croazia a San Paolo (ore 22 italiane). Da quel momento una full immersion di calcio, pressoché quotidiana, alternerà, nei 64 match, varia qualità ma, per chi andrà avanti, un crescendo di emozioni fino alla grande finale del 13 luglio al Maracanà di Rio de Janeiro.

Gli occhi del Mondo vedranno i grandi stadi con le folle oceaniche, i lussuosi ritiri delle squadre nazionali e qualche scorcio, bellissimo, del Paese ospitante che deve sfruttare l’evento più mediatico sulla faccia del globo. La storia che racconterò parte dal calcio per due coincidenze: la data, infatti, il 12 giugno è anche la Giornata Mondiale contro il lavoro minorile e il luogo, il Maracanà di Rio de Janeiro, il tempio del calcio, dove dietro la tribuna vip sorge una favela chiamata Bangu.

Ci ha vissuto Eduardo Alves da Silva, calciatore dello Shakhtar Donetsk, che in quella partita inaugurale sfiderà i suoi “fratelli” brasiliani indossando la maglia della Croazia. Eduardo è nato a Rio 31 anni fa ma dal 2002 è naturalizzato croato, il Brasile lo porta comunque nel cuore tanto che la madre del giocatore ha dichiarato che il figlio canterà entrambi gli inni. La favela dietro lo stadio ci riporta in un lampo fuori dal mondo dorato del pallone e ci ricorda che proprio il Brasile è uno dei Paesi dove il lavoro minorile raggiunge picchi altissimi: recenti stime dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL/ILO) dicono che sono oltre 2,2 milioni i minori lavoratori di età compresa tra 5 ed i 14 anni.

Semplificando molto, i maschi sono impiegati nelle coltivazioni e nei lavori di fatica, le femmine sono impiegate nel settore dei servizi e nei lavori domestici. Inutile dire che questo trattamento interferisce con il tempo da dedicare alla scuola e ai momenti ricreativi. Accenno soltanto ai problemi collegati come droga, criminalità, prostituzione che per forza di cose travolgono questi bimbi costretti a crescere troppo in fretta, senza una scolarizzazione e dunque schiavi.

Non entro nel merito del caso sollevato dall’inchiesta del giornalista danese Mikkel Keldorf, secondo cui la polizia brasiliana ha ammazzato i meninos de rua, i bambini di strada, in vista dei Mondiali. Keldorf avrebbe dovuto seguire l’evento sportivo ma poi, inorridito dalle mattanze che racconta nel documentario Il prezzo della Coppa del Mondo, ha deciso di abbandonare il Brasile perché, dice «Il motivo per cui è in atto la “pulizia” delle città sono gli stranieri, i tifosi».

Spariscono dalle strade bambini per andare a lavorare, nei campi o in casa e gli viene precluso il diritto fondamentale al gioco. Anche le strade impolverate delle favelas, trasformate in campi di calcio possono dare una possibilità, una speranza ai bimbi se lasciati liberi di giocare. Adriano, Romario e proprio Eduardo sono partiti da posti del genere, palla al piede, per raggiungere palcoscenici prestigiosi e una vita agiata. Milioni di altri non raggiungono nemmeno la maggiore età a causa del giogo del lavoro, una palla d’acciaio legata al piede che non è possibile calciare lontano. Eduardo da Silva, quel pallone malconcio della favela Bangu lo ha calciato forte, e aggrappandovisi è arrivato oltre la tribuna vip del Maracanà. Il 12 luglio sarà su quel campo e oltre ai due inni, ci piacerebbe sentire che un pensiero di speranza tornasse dall’altra parte e spostasse riflettori e telecamere dove raramente arrivano.

Un proverbio brasiliano dice “Puoi togliere un uomo dalla favela, ma non puoi togliere la favela da dentro quell’uomo”. Chiunque la porti dentro, quel 12 luglio (e non solo) deve tirarla fuori davanti al Mondo. Patrick Vieira, omonimo dal campione del mondo francese, è un altro prodotto delle favelas di Rio. Dopo il Palmeiras adesso gioca in Giappone e riferendosi al suo passato ha detto in tv: “Il calcio mi ha salvato strappandomi dalla mia favela, altrimenti sarei stato vittima della droga”.

Ma la linea del Governo brasiliano e delle Ong che contrastano il fenomeno è diametralmente opposta. L’obiettivo non è svuotare le favelas ma renderle posti migliori e più sicuri. C’è molto da fare perché la stessa Organizzazione internazionale del lavoro nella terza Conferenza mondiale contro il lavoro minorile svoltasi a Brasilia lo scorso ottobre, dichiarava: “L’obiettivo di eliminare le peggiori forme di lavoro dei bambini entro il 2016 non sarà raggiunto. La mappa del lavoro minorile nel mondo coincide con quella della fame e della povertà. Per questo il primo passo da compiere per avanzare nella lotta alle peggiori forme di lavoro minorile è quella di coordinare le politiche sulla redistribuzione della ricchezza”. Ecco, proprio quest’ultima parola, in relazione all’evento mondiale che sta per iniziare mi fa molto riflettere.

miliardi del calcio passeranno tutti dal Brasile per il prossimo mese. Eduardo e gli altri ex meninos de rua, oggi calciatori milionari, sono pregati di lanciare il malloppo dietro la tribuna vip del Maracanà.