Saranno i Mondiali brasiliani alle porte, sarà la recente e stratosferica prima volta di chi vi scrive a un concerto di Caetano Veloso, 72 anni ma chi lo direbbe, smagliante e poetico come non mai, lui e il suo Multishow Ao Vivo Abracao, un vortice di sensazioni, quasi non sapevi più se ballare senza freni, col diavolo in corpo, o se commuoverti, trattenendo pudiche lacrime di paradiso perduto.

Che torna alla mente la storia di Vinicius Gageiro Marques, da Porto Alegre, in arte Yoñlu. 1989/2006.

Una vicenda di talento puro, di poliedrica arte innata, di vitalità al suo stadio massimo; ma anche un racconto breve soffocato di sofferenza, d’ombra, di catarsi, di solitudini immani ai tempi del mondo piccolo e iperconnesso. Un enfant prodige della musica ibernato nelle sue nemmeno diciassette primavere.

La sua è una storia lontana. Tropicale per assurdo.

Vinicius-Yoñlu era figlio di una psicoanalistaedocente universitaria e del segretario della cultura di Rio Grande. Era perché da qualche anno già non c’è più. A scuola non si separava mai dalle sue cuffie. A tredici anni divorava l’opera omnia di Kafka. Parlava un inglese da madrelingua.

Yoñlu era solito immortalare ogni frammento della giornata con la sua fotocamera digitale, come se guardasse ai posteri, mica quei poster che tappezzano l’orizzonte emotivo dei ragazzi della sua età.

Tutti i giorni si esercitava con la chitarra, col basso, con la batteria, e con effetti vari, da solo, chiuso in casa. “Un ragazzo estremamente sensibile”, diranno. Poi. La realtà materica gli stava un po’ stretta di vita. Meglio il mondo 2.0. Vinicius così migrò dentro se stesso e in chat divenne Yoñlu. Cominciò a far circolare le sue canzoni e il suo nome, il suo nickname si rivestirono presto di un piccolo imponente culto internazionale. Tutti cercavano l’amicizia di Yoñlu su Internet. A cominciare da Vinicius Gageiro Marques, l’altro se stesso, quello più inaccettabile.

Esisteva sul Web, mostra anche delle atrocità, un sito che elevava a romantico e ardente gesto il suicidio. Pubblico di riferimento, giovanissimi dai 13 ai 27 anni. Sturm und Drang,artificiale, oggi. Vinicius-Yoñlu ne divenne assiduo.

Nel pomeriggio del 26 luglio 2006, subito dopo i Mondiali di calcio vinti dall’Italia, Yoñlu, a pochi giorni dai suoi diciassette anni, architettò, online, la sua uscita di scena live. Entrò nel bagno di casa lasciando un biglietto con su scritto “Non entrare, massicce dosi di monossido di carbonio”. Restò connesso fino agli ultimi istanti di vita. “I miei genitori non c’entrano nulla. Ascoltate la mia musica”.

Yoñlu si è disconnesso dal mondo terreno ma di lui è rimasto un cassetto, un hard-disc pieno di canzoni autografe e originali che rasentano il bello e sublime e che hanno conquistato fan di Nick Drake ed Elliott Smith, Beck e Gilberto Gil, Radiohead e Grandaddy, João Gilberto e Gal Costa, grazie alla loro mescolanza di bossa nova e indie-pop, low-fi e rock da tinello, tradizione e avanguardia. L’album postumo di Yoñlu, dato alle stampe nel 2009, si intitola, ed è una gioia dolente per chi lo ascoltaSociety In Which No Tear Is Shed Is Inconceivably Mediocre.

Avrebbe potuto diventare un nuovo Caetano Veloso chissà, che a settant’anni ancora infiamma le più giovanili delle platee. Avrebbe potuto imparare a esorcizzare i suoi demoni, cantando, sempre come Caetano, “Gridala tristezzasfuggelo sguardogiocareper dimenticare, la nostalgiapasserà”. Avrebbe potuto godersi, 25enne, i Mondiali di calcio nel suo Brasile, magari cantandone l’inno.

“Credo che ritmo e armonia, se ascoltati nel momento giusto, possono rendere felici anche i momenti più bui”: c’era scritto in uno dei tanti bigliettini, non elettronici, ritrovati nella cameretta-mondo di Vinicius Gageiro Marques, per i posteri Yoñlu.