The Guardian 'L'Italia è un Paese per vecchi'L’Italia è ancora un paese per vecchi. Gli ultimi dati sull’occupazione mostrano che Matteo Renzi ha concluso ancora poco nella lotta alla gerontocrazia a favore dei giovani italiani. Lo scorso febbraio, quando Matteo Renzi è diventato a soli 39 anni il più giovane Presidente del Consiglio Italiano di sempre, ha promesso che avrebbe eliminato l’imperante gerontocrazia che affligge il paese per fare spazio ai giovani disoccupati italiani.

Da quattro mesi a questa parte, nonostante una ben programmata riorganizzazione del mercato del lavoro, Renzi deve ancora fare tutto da zero, mentre alcune statistiche recenti, pubblicate lo scorso martedì, hanno registrato in Italia un tasso di disoccupazione giovanile al 46%, con picchi fino al 60% nel sud del paese. Una media molto più alta del tasso nazionale al 13.6%, che comunque resta il doppio del 6.8% britannico.

Nove giovani italiani su dieci che hanno la fortuna di trovare un lavoro ottengono al momento solo contratti part-time, per cui i mutui sono difficili da ottenere e molti – il 38% tra i 25 e i 29 anni- vivono a casa dai genitori che, se occupati, si avvinghiano ai loro posti di lavoro a vita, così come alle loro pensioni.

Il risultato finale è che l’Italia è ancora, decisamente, un paese per vecchi.

Lo si intuisce guardando la Tv, dove i cantanti degli anni 60 si aggiudicano la prima serata, accolti con entusiasmo da presentatori con l’abbronzatura perenne, inquadrati in primi piani soffusi, corrispettivi di Michael Parkinson e Cliff Richard, protagonisti indiscussi della Bbc.

Ciò che è cambiato in Italia è che la vecchia generazione ora è meno capace di inserire i propri figli nel mercato del lavoro attraverso conoscenze personali, contatti informali e sistemi favoritistici, nello stile del sistema italiano della raccomandazione (parola usata nel testo originale NdT), ormai appassito di fronte ad una durissima crisi economica che solo lo scorso anno ha portato alla chiusura di 372.000 attività e che non sembra volersi arrestare.

Stiamo per toccare il fondo, inutile raccontarsi favole”, ha commentato Giorgio Squinzi, presidente della Confindustria, organizzazione rappresentativa delle imprese italiane, quando le statistiche sono state pubblicate.

I genitori italiani, che hanno sempre fatto il possibile per tenere la prole vicina a sé, anche dopo aver lasciato casa, ora sono ossessionate dall’idea che i figli imparino l’inglese per emigrare il prima possibile.

Con i circa 100.000 italiani che si prevede lasceranno il paese entro la fine dell’anno, sempre più caffetterie londinesi vanteranno un laureato italiano alle casse. Mentre Londra si sforza di essere più italiana, sempre più italiani aspirano a diventare londinesi.

In città come Bergamo, centro nevralgico di numerose, piccole aziende manifatturiere, una volta ai ragazzi veniva detto: “se non funziona all’università, puoi sempre venire a lavorare in fabbrica”. Ma mentre le serrande si abbassano in tutta la regione, anche questa alternativa suona meno fattibile.

Restando a casa senza lavoro, gli italiani sui venti-e-qualcosa inevitabilmente rimandano la decisione di metter su famiglia, spingendo così il tasso di natalità del paese al minimo storico, con una media percentuale di 1.29 figli nell’anno scorso – solo 500.000 nascite.

La visione italiana di un tempo, che vedeva i figli come un investimento che avrebbe garantito un ritorno sicuro, o comunque, più lavoratori all’azienda di famiglia, ha lasciato il posto all’idea che fare figli è semplicemente un investimento a fondo perduto.

Stando in casa a non fare nulla, i giovani italiani potrebbero anche essersi pentiti di aver rifiutato un posto nell’attività di famiglia, per conseguire lauree che si sono rivelate inutili in un mercato del lavoro così limitato.

Tuttavia, non possono certo essere colpevolizzati per il tempo speso ad ottenere un titolo di studio in Italia dove, in un sistema accademico inefficiente, i docenti anziani sono più attenti a garantire una cattedra ai figli che a seguire gli studenti.

Il risultato? Studenti di filosofia che stappano lo spumante quando, trentenni, riescono ad ottenere un lavoro da mille euro al mese in un call center, impiegati per vendere contratti telefonici a pensionati a cui è andata molto meglio.

Traduzione di Sara Angelucci e Gaia Restivo per ItaliaDallEstero.info 

Articolo originale di Tom Kingdon apparso su The Guardian il 4 Giugno 2014