Per un artista abituato a registrare un disco in poco meno di un mese o addirittura in una manciata di giorni (il famoso “Elephant” del suo duo White Stripes è stato registrato in soli tre giorni), un anno e mezzo di lavoro su album deve esser sembrato un tempo infinitamente lungo. È però questo il periodo di gestazione di “Lazaretto”, secondo lavoro solista di Jack White e quarantacinquesimo come produttore.

 All’ex White Stripes si deve la fondazione dell’etichetta “Third Man Records” che nel 2009 si stabilisce fisicamente a Nashville e che ad oggi conta nella sua sede anche un negozio di dischi, uno studio fotografico (con annessa camera oscura), uno spazio per i concerti e una sala per la registrazione in analogico. Studi che recentemente hanno ospitato l’incisione dell’ultimo lavoro di Neil Young “A Letter Home”, avvenuta all’interno di una vecchia cabina di registrazione del 1947, ristrutturata e tenuta in bella mostra alla Third Man Records.

Jack White è un’uomo che ama l’approccio alla vecchia maniera e il lavoro portato avanti dalla sua etichetta andrebbe tutelato, visti i tempi che corrono. Pur affondando la propria curiosità su tempi spesso molto lontani, White sembra essere fortemente ancorato al presente e una delle dimostrazioni più lampanti è data dal brano di apertura del suo nuovo disco: “Three Woman” è un vecchio blues di Blind Willie McTell che Jack White non ha semplicemente rivisitato, ha completamente stravolto attualizzandolo tanto nella musica quanto nel testo (i versi originali “I got three womens. Yellow, brown and black. It’ll take the Governor of Georgia, to judge one of these women I like“, diventa qui “I got three women. Red, blonde and brunette. It took a digital photograph, to pick which one I like”) e rendendolo praticamente irriconoscibile dal punto di vista musicale. Indipendentemente dall’apprezzare o meno il risultato, è lodevole il concetto di base, il voler destrutturare per ricostruire secondo la propria sensibilità. Il blues è anche questo.

 A un primo impatto “Lazaretto” appare un’enorme massa disomogenea, ma con un fascino che cattura e cresce con il passare degli ascolti. Una miscela di generi e un continuo cambio di registro: l’apertura graffiante di “Three Women” trova il suo contraltare nella ballata conclusiva “Want and Able” e in “Temporary Ground” dove alla chitarra steel in perfetto stile country si aggiunge un violino completamente immerso nel folk e accordi di pianoforte a confondere ulteriormente – e piacevolmente – l’ascoltatore. “Would you Fight for my Love” è il riassunto di un certo rock contemporaneo, “High Ball Stepper” è una colata di chitarra satura dalla quale sembra germogliare un effimero blues, mentre “Just One Drink” ha un tiro iniziale fantastico (Velvet Undergound), in aggiunta a quattro versi da cornice “You drink water, I drink gasoline. One of us is happy, one of us in mean”) e non poteva mancare l’hip-hop con“That Black Bat Licorice”. White sa come creare un climax e in questo puzzle multicolore, qual è “Lazaretto”, ogni canzone potrebbe essere presa ad esempio, non ultima la brillante “Alone in my home” – con un testo che va in direzione opposta alla musica – o la fumosa “Entitlement”.

Ci sono voluti diciotto mesi per realizzare l’album, con un lavoro iniziato durante il tour di “Blunderbluss” e con due band in studio, le Peacocks da una parte e i Buzzards dall’altra, registrando in presa diretta. “Lazaretto” nella sua completa eterogeneità è un album che trasuda tanta professionalità quanto devozione alla musica e al suo senso ultimo.

Artista: Jack White
Album: Lazaretto
Etichetta: Third Man/XL