Sollevare il velo del conformismo morale e sessuale con un film. Nulla di apocalittico o rivoluzionario al Biografilm 2014, ma i documentari “Love Hotel” e “Lei disse sì”, presentati nella kermesse bolognese dei biopic che durerà fino a domenica 15 giugno 2014, superano antichi pregiudizi e sempiterne prurigini nella sfera dell’intimità individuale quasi fossimo tornati indietro in attesa dei Comizi d’Amore di Pasolini. Basta partire dal Love Hotel di Osaka, una delle 37mila strutture omologhe esistenti sul territorio giapponese, luogo del desiderio esplorato nei dettagli dai registi Phil Cox e Hikaru Toda.

Non un bordello, ci tengono a precisare autori del doc e proprietari dell’hotel, ma un frammento ultramoderno di tradizione centenaria della cultura nipponica – sono 2 milioni e mezzo i giapponesi che frequentano i Love Hotel ogni giorno – dove tra corde per il bondage, stivali e mutandoni in latex, letti ad acqua, filmini porno in Super8 proiettati sulle pareti delle stanze, si consuma legalmente la libera sessualità tra single e professioniste del piacere, o anche amplessi tra coppie alla ricerca di “trucchi per mantenere viva la passione”, come dicono Mr. Sakamoto, 41 anni, disoccupato, e la moglie infermiera di 43. L’intrusione della macchina da presa di Cox e Toda buca volontariamente quella privacy e intimità tanto agognata dai clienti osservati, ma è soprattutto un foro d’accesso all’interno una modalità del piacere sessuale che non ha mai voluto mettere in discussione la morale sociale, anche se da questa viene aspramente combattuta da alcuni anni tramite le scelte conservatrici dell’attuale governo nipponico.

Nonostante la rilevanza sociale e storica di questi spazi unici, infatti, i Love Hotel oggi devono lottare, per mantenere la propria identità e gli elementi più audaci delle loro stanze a tema, contro nuove leggi draconiane che ne limiterebbero le ambite peculiarità. “Fantasia, intimità e svago, ragion d’essere di questi hotel, sono temi universali e di grande importanza in ogni società industrializzata e pertanto alienata, non solo in Giappone”, spiega Phil Cox in Italia per promuovere il film coprodotto da Native Voice Films e da Bonne Pioche, “i media occidentali hanno spesso, e recentemente, mostrato ritratti negativi e sensazionalistici di alcune caratteristiche culturali giapponesi. Love Hotel, ad esempio, non è Lost in Translation. Inoltre c’è stata molta collaborazione con le persone inquadrate, gli abbiamo spiegato fin da subito che il nostro era un film sull’amore nella sua forma più pura e universale, e che noi non eravamo dei voyeur delle loro emozioni”.

Altrettanto lontana la meta geografica di Lei disse sì, il documentario girato dalla regista Maria Pecchioli. Al Giappone si sostituisce la Svezia, luogo in cui le due protagoniste del film, Ingrid e Lorenza, vanno a sposarsi. Storia vecchia di secoli, quella dell’arretratezza legislativa rispetto all’etica e ai diritti civili tra persone dello stesso sesso in territorio italiano, all’estero vista sempre con stupore: “Quando ho detto agli amici svedesi di Ingrid che in Italia non ci potevamo sposare – spiega nel film Lorenza, l’italiana, anzi la fiorentina, della coppia – hanno fatto una faccia inorridita”. 

“In Svezia ci si può sposare da quasi vent’anni e anche con rito religioso se lo si desidera”, racconta Ingrid, la svedese tra le due neospose. “L’Italia al momento non ha una legislazione che riconosce l’unione civile delle coppie dello stesso sesso. Ultimamente sono diventate celebri le iniziative di alcuni sindaci che hanno fatto registrare matrimoni omosessuali contratti all’estero. Pur non avendo il potere di cambiare la legislazione, sono atti pubblici importanti che alimentano il dibattito a livello nazionale. Renzi? Quando abbiamo fatto sapere del nostro matrimonio agli amministratori locali di Firenze non ci ha chiamato – conclude – speriamo però che accolga i tanti segnali di una società che sta cambiando”.