Per ciò che resta della sinistra radicale il weekend appena passato è stato all’insegna dello psicodramma. Dopo la decisione di Barbara Spinelli di non dimettersi e andare a Strasburgo, contrariamente a quanto da sempre dichiarato, dopo la drammatica assemblea di sabato al teatro Umberto di Roma, dopo l’esclusione del candidato di Sinistra e Libertà Marco Furfaro, dopo –  infine – le proteste dei militanti e dei simpatizzanti del candidato prima dato per certo come europarlamentare, poi improvvisamente scopertosi fuori, il faticoso processo di composizione di un volto unitario, alternativo al Pd, si è nuovamente, e drammaticamente, frammentato.

La comune decisione di Rifondazione e Sel, nonostante l’iniziale resistenza di Vendola, di andare con la lista Tsipras, aveva smarcato la sinistra, e in particolare Sel, da quel processo progressiva perdita di identità che l’avrebbe fatta probabilmente confluire nel Pd, oppure restare separata, ma sempre meno identificabile come alternativa al renzismo, pure ideologicamente molto più lontano dalla visione politica del segretario precedente del Pd Bersani.  E la possibile elezione, nel caso che la Spinelli avesse deciso, come annunciato, di lasciare, dei tre candidati Eleonora Forenza, Marco Furfaro e Curzio Maltese sembrava aver creato una possibile armonia tra i tre volti della sinistra: Rifondazione, Sinistra e Libertà, società civile. 

Ora che questa composizione si è spaccata, sono moltissime le domande che restano sul tappeto. Per Barbara Spinelli: in un momento politico in cui la coerenza dei candidati è vissuta come un valore fondamentale, e in cui Grillo vince anche perché rivendica il vincolo di mandato degli eletti nell’Italia dei trasformismi e degli opportunismi, non sarebbe stato più onesto fare quanto annunciato durante la campagna elettorale, cioè lasciare il seggio, sia per rispetto degli elettori che di chi ha condotto una campagna elettorale in vista di questa scelta? Per il futuro della lista Tsipras in generale: come si porterà avanti, dopo l’Europa, un’identità politica non chiara, metà movimentista e metà partitocratica? E chi sarà il leader: un’intellettuale liberale di indubbio prestigio ma estranea alla politica e soprattutto espressione di un liberalismo radicale tanto suggestivo ma difficilmente popolare? Oppure chi altri, in alternativa?

Per Sel e Rifondazione: che senso ha in un momento in cui la sinistra radicale rischia di scomparire per sempre, non solo dal Parlamento come già accaduto, continuare a ragionare nei termini di accordi di partito e di spartizioni di candidati, quando il problema urgente è capire come rappresentare quello spazio ideologico che pure esiste in particolare dopo il governo Renzi senza restare perennemente minoritari? Certo, la lista Tsipras sarebbe stato “l’inizio di un processo”: eppure siamo sicuri che i tempi non siano così stretti ormai da non potersi ancora permettere, appunto, l’avvio dell’ennesimo processo – dicitura logora e purtroppo troppo spesso sentita – quando invece ci sarebbe urgenza di scelte rapide e radicali (con rispetto delle diverse storie, alla gente “là fuori” appare assurdo che ci siano ancora due partiti a sinistra del Pd)? Per Vendola, ex rottamatore del Pd, ruolo progressivamente abbandonato anche perché, come da lui stesso dichiarato, troppo logorante, anche umanamente: non sarebbe ora di passare la mano ai più giovani, invece di limitare a inserirli nelle segreterie nazionali?

Infine a Marco Furfaro: nobile e comprensibile la decisione, come testimoniato dal silenzio fino alla decisione finale e poi dalla lettera in cui commenta questa decisione, di non mettere avanti se stesso ma il rispetto di un processo e di una storia comuni, forse per testimoniare un’avversione ai processi di leaderizzazione dei partiti e alla filosofia dell’uomo solo, insieme ai mass media, al comando. Ma purtroppo, e la vicenda di Renzi lo mostra con chiarezza, attendere che la vecchia guardia conceda il potere e passi il testimone non paga, anzi il rischio è di essere usati per ringiovanire l’immagine esterna senza che cambino sostanzialmente i rapporti di forza. Forse, viste le competenze, la giovane età, la biografia pulita, persino la bellezza che ai tempi di una politica fatta soprattutto sul piccolo schermo non guasta, sarebbe ora piuttosto farsi avanti. Ma non nel segno della continuità, quanto della rottura, anzi, della rottamazione.