E’ finito anche questo difficilissimo anno scolastico di Diletta. E’ stato complicato approcciare la realtà della scuola superiore e metterla in relazione con la disabilità grave e pliurima di Diletta. Ho vissuto un anno che mi ha in larga parte annientata, pur cedendo di converso una serie di lezioni di vita ricchissime di contenuto. Sono stata abbastanza assente dal mondo terzo, pur vivendo momenti difficili in ogni ambito.

In breve: la mia idea di scuola superiore è che in realtà sia un luogo dove nelle rare fortunate realtà si accolgono decentemente studenti con la sola disabilità motoria agli arti inferiori. Tutto il resto è una bella favola. In realtà la normativa che riguarda la scelta della famiglia è fuorviante e mal calzante alle realtà. Ho girato molte realtà per capire se eravamo state “sfortunate” o se siamo troppo “intolleranti” alle favole ipocrite. Tanto è nella guerra tra minimi obiettivi e differenziato la sostanza è che se un alunno non cammina gli si fa la concessione di farlo studiare, altrimenti si deve accendere un cero se “questi ragazzi”  fanno i “loro” differenziati laboratori meravigliosi creati “per loro”. Ho usato ogni strumento a disposizione.

Ho girato la storia sotto ogni singolo ambito possibile. L’unica eccezione è stata che io rompo proprio tanto. Addirittura porto mia figlia ogni mattina e vado anche a riprenderla. Poi il 28 marzo il vortice si ferma. E’ venerdì sera e Diletta ha tre crisi convulsive scatenate da stress… Corsa in ospedale, referti e zac! quanto avevo scritto e urlato prende tristemente corpo. Improvvisamente capiscono che non ero matta, che non volevo decidere per loro e che sapevo ciò che era meglio per mia figlia. E’ ormai tardi per recuperare, chiedo per la prima volta la ripetenza. Con Diletta ne avevo parlato e riparlato. Lei chiedeva di rifare la prima. Non aveva conosciuto i compagni se non sporadicamente. Non aveva creato legami forti con gli insegnanti, non si era ambientata.

Mentre mi sono seduta qui, alla mia scrivania, per raccontare il macigno che porto dentro, lo squillo del cellulare irrompe. Mi alzo, riconosco il numero e rispondo. Col cuore in gola penso: ecco, me l’hanno promossa pur non avendo fatto nulla… e invece una voce un po’ titubante mi dice sommessa che non è stata ammessa alla classe seconda. Rispondo in un tumulto: “Signora, so che sembra strano, ma tanto per voi sono strana davvero, che bello! Finalmente hanno ragionato e hanno concesso a mia figlia la giusta e meritata seconda possibilità“. La signora tace. Io attacco e torno qui a sedermi. E’ dura sul serio a volte. In questo pomeriggio, mentre scrivo ho dinanzi a me tre mesi di latitanza di qualsiasi opportunità (anche a pagamento) per Diletta se non 5 ore al giorno di assistenza. E sono una fortunatissima!

Però, c’è un però che sento di voler tirar fuori dal cuore: la disabilità riflessa che ha colpito una delle sorelle di Diletta. Fine della scuola elementare e mentre tutti piangono lei ride, ride di cuore, impazzisce di gioia. Rimango male, mi sbatte in faccia una liberazione che evidentemente non avevo capito fino in fondo. Le chiedo di spiegarmi, di dirmi dove ho sbagliato, di raccontarmi quale pezzo mi sono persa e lei disponibile come sempre lo fa. Sedute vicino le nostre roselline sul balcone, all’ombra di tutto e di tutti, mi racconta il suo dispiacere per la scuola e alcune maestre ma il sollievo che scaturisce dal potersi finalmente allontanare per sempre da una grandissima parte di compagni che l’hanno insultata, accusata, torturata psicologicamente per essere sorella di Diletta. Una coltellata: sapevo di ogni singolo episodio, sapevo del dolore, insieme decidemmo di non cambiare scuola perché il valore costa e l’onore anche; parlammo di questo con dirigente e andammo avanti. Mia figlia ha sentito di aver vinto e di aver schiacciato la massa melmosa, ma il prezzo è stato alto. Le ho chiesto: quale sarà il tuo ricordo delle elementari: “Mamma, ho capito che devo scegliere se stare con gente superficiale e maleducata o se stare spesso da sola scegliendo il mio giusto“.

Ieri eravamo in un centro commerciale a fare la spesa. Alla casa ho detto alle mie figlie di aspettarci sedute al bar difronte. Siamo arrivati poco dopo e ho trovato Diletta piena di briciole di patatine e docciata con l’acqua, felice e allegra, e la mia seconda figlia mi ha detto: “Vedi mamma, intendevo questo l’altra sera: questo è il mio giusto“. Fratelli e sorelle sul dondolo del senso di colpa o dell’obbligo, intimiditi rispetto i genitori, a testa e occhi bassi nei gruppi… bambini che amano la loro famiglia tutta in cerca del gesto giusto al momento giusto. E tra di essi coloro che con forza cercano il giusto, e mostrano se stessi pagano un prezzo amaro. Prezzo che secondo me li renderà veri, affidabili e gioiosi intimamente molto più di tanti altri.

E allora eccomi qui, a salutare tutte quelle famiglie e tutti gli amici di quelle famiglie, che come me pensano a domani e contano le fatiche dei prossimi tre mesi. Contano le fatiche e le difficoltà amplificate. Ma, come sempre, sarà bello perché sarà intenso. Sarà vita vissuta con la consapevolezza che molti non avranno mai. Conto da pagare per l’indifferenza. Buona estate a tutti.