A due giorni dal Roma Pride è necessario fare alcune considerazioni. I numeri, innanzi tutto, sono di tutto rispetto: duecentomila manifestanti secondo i dati degli organizzatori, un corteo colorato e allegro, tanta musica e gente che ha ballato per strada con la colonna sonora delle paladine della causa LGBT, da Madonna a Cristina D’Avena. Come ogni anno il copione è stato rispettato. Le novità tuttavia ci sono state.

Lo striscione di apertura è stato inaugurato dal sindaco Ignazio Marino, che ha promesso per l’occasione il registro delle unioni civili. La piazza ha visto anche altri big della politica e del mondo dello spettacolo, come Nichi Vendola, insieme al suo compagno, e Vladimir Luxuria. Assente invece Ivan Scalfarotto, che non ha potuto raccogliere i meriti della sua contestatissima legge. Le condizioni climatiche – la capitale è stata colpita da un caldo decisamente anomalo per le medie stagionali – non hanno impedito a migliaia di persone di reclamare a viva voce pieni diritti. Perché un pride, alla fine, è questo. Una festa, un modo diverso di fare politica. Ricordare, attraverso il linguaggio della gioia, che una società è davvero democratica e libera se prevede lo spazio dovuto a chiunque richieda cittadinanza.

A questo proposito, nonostante la gradita presenza di Marino, non si possono non notare due fatti importanti e, per un certo verso, anche gravi.

Innanzi tutto l’assenza di bandiere e di delegazioni ufficiali del Partito Democratico (contrariamente alla presenza di altre realtà come SEL e l’Altra Europa per Tsipras). Tolte alcune presenze personali e tolta l’adesione del Pd Roma, il maggior soggetto politico italiano ha di fatto disertato l’evento e ha preferito scegliere l’invisibilità in un contesto così importante – anche se in Italia viene ancora relegato nell’universo semantico del “carnevale”. E per capirci su questo punto: andate ai pride delle capitali europee per farvi un’idea. Personalmente a Londra ho visto sfilare le truppe di sua maestà la regina, insieme a tutte le delegazioni di partito, ad una manifestazione che per quelli che chiamiamo “eccessi” non è seconda a nessuno. Il Pd, quindi, ha preferito l’ignavia, forse pensando che in quel 40,8% che lo ha votato non ci fossero persone LGBT. Ne prendiamo atto.

Secondo poi, la piazza ha mandato un messaggio molto chiaro proprio al nostro presidente del Consiglio, richiamandolo alle sue promesse, al momento non mantenute. È stato fatto notare che gli attestati di solidarietà sono di certo bene accetti, ma hanno senso solo se poi seguiti da atti concreti. I cento giorni sono scaduti e i proclami su civil partnership e adozioni sono rimasti parole vuote. Per questa stessa ragione, già da qualche giorno gira su Youtube il video del Roma Pride sulle dichiarazioni di Renzi a favore delle unioni civili. Il segretario del Pd ci tiene a ricordare che certi temi non devono essere un tema da spolverare solo in campagna elettorale, per poi dimenticarsene una volta al governo. Sarà forse per questo che nella sua campagna per le europee la questione LGBT è stata completamente estromessa dal dibattito politico? Attendiamo, ovviamente di essere sorpresi. In positivo, possibilmente. 

Anche perché, tornando alla piazza, sabato a manifestare non c’erano soltanto le associazioni e i/le rispettivi/e attivisti/e. C’era la gente della strada che si fermava, applaudiva e si aggregava al corteo. C’erano gli amici e le amiche di chi chiede diritti pieni. C’era chi, pur essendo eterosessuale, pensa che la lotta per l’affettività e la propria dignità, sia una causa di democrazia. E c’erano anche le nostre famiglie, come i genitori di Barbara, le mamme di Giada ed Edoardo, la sorella di Giovanni insieme ad altri/e, provenienti da ogni parte d’Italia, che erano lì per ricordare che dietro un gay, una lesbica, un/a trans e tutto il resto dell’arcobaleno, c’è sempre di più il sostegno dettato dall’amore, che è più forte di ogni cosa, quando è vero. Ed è questo che dovrebbe essere una famiglia.

Come mi piace dire in altri contesti, sabato a Roma è scesa in piazza una società plurale e pluralista. La parte migliore del paese. Ed essa è tale non perché sta dalla nostra parte, ma sta dalla nostra parte proprio perché è tale. I nostri politici, quando trattano di certe questioni tra un impegno elettorale e amnesie conseguenti, dovrebbero forse partire da questa evidenza. Capire, in altre parole, che la gay community non è sola in questa battaglia culturale e politica.