Aumentare il controllo su internet per arginare il rischio che forze esterne riescano a fomentare disordini. L’esortazione è del ministro cinese per la Sicurezza pubblica, Guo Shengkun, rivolto ai partner dell’Organizzazione di Shanghai per la cooperazione (Sco), sorta di Nato d’Oriente che unisce la Cina alla Russia e alle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale: Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Lo spauracchio sono le cosiddette rivoluzioni colorate, le proteste che negli anni hanno portato a cambi di governo in alcune delle nazioni di ex influenza di Mosca – come Ucraina, Georgia e lo stesso Kirghizistan – dietro le quali si è sempre denunciato l’intervento esterno e il sostegno dell’Occidente, Stati Uniti in testa.

Le forze esterne, ha spiegato Guo, sfruttano le contraddizioni e i problemi socio-economici per provocare nuove rivolte. “Si tratta di un grave rischio per la sicurezza e la sovranità di tutti i Paesi della regione e dei componenti dell’organizzazione”, ha aggiunto. Le frasi, pronunciate durante il nono vertice dei ministri della Sicurezza dello Sco arrivano all’indomani del 25esimo anniversario delle commemorazioni funebri per la morte dell’ex segretario generale del Partito comunista cinese Hu Yaobang, che nel 1989 segnarono di fatto l’inizio del movimento di piazza Tian’an men, represso nella notte tra il 3 e il 4 giugno. Sulle rivoluzioni colorate e il rovesciamento di governi attraverso la piazza, Mosca e Pechino sono sulla stessa linea d’onda nonostante divergenze su punti come il referendum in Crimea, visto dalla dirigenza cinese come un pericoloso precedente che in futuro potrebbe essere usato per risolvere questioni che la riguardano da vicino, come quella taiwanese.

Il giudizio complessivo sulle rivolte di piazza è però di diffidenza. Le attuali condizioni nel mondo arabo scosso dalle primavere del 2011, con la caduta di regimi al potere da decenni, sono usate a fini di propaganda per scongiurare l’eventualità che una “piazza Tahrir” si raduni anche nella Repubblica popolare. Tre anni fa bastò un appello su internet per esortare i cinesi a imitare i manifestanti tunisini e egiziani, in quella che era stata rinominata la Rivoluzione dei Gelsomini, per dare il via alla più estesa repressione dai tempi di Tian’anmen, con decine di arresti tra blogger e attivisti. In questo contesto va letto anche l’inasprimento della lotta contro la diffusione di false notizie sulle piattaforme di social network.

A farne le spese alcuni utenti detti “grandi V” ossia con account certificati e centinaia di migliaia, se non milioni, di follower. Le nuove norme prevedono il carcere per chi scrive commenti giudicati diffamatori o falsi nel caso i post ricevano oltre 5mila visualizzazioni o siano ritrasmessi almeno 500 volte. Di questi giorni è la condanna a tre anni di reclusione per Qin Zhihui, blogger trentenne, finito in carcere per alcuni commenti su presunti scandali che coinvolgevano politici e figure pubbliche e per aver scritto di risarcimenti più alti della media per la vittima straniera di un incidente di un treno ad alta velocità nei pressi di Wenzhou a luglio 2011. Un messaggio, scrive la Xinhua, commentato da oltre 3mila utenti e ritrasmesso 11mila volte. Nelle stesse ore veniva deciso anche il rilascio per motivi di salute per Charles Xue, imprenditore e noto microblogger, arrestato lo scorso agosto per sfruttamento della prostituzione. Accuse ritenuta da molti un modo per metterlo a tacere e attaccare il ruolo dei nuovi media. In una confessione pubblica lo stesso Xue ammise infatti che la popolarità in rete lo aveva portato a sentirsi come un imperatore, tanto da pubblicare notizie non verificate, mostrando, parole sue, “negligenza nell’impegno a mantenere un ambiente sociale positivo”.

di Sebastiano Carboni