Dopo l’allarmante previsione fatta dall’Istituto nazionale di ricerca sulla popolazione e la sicurezza sociale e i tentativi di rassicurazione di alcuni media, si riaprono in Giappone le riflessioni sulle lacune del sistema assistenziale giapponese.

 

Secondo il rapporto pubblicato dall’istituto la popolazione giapponese scenderà dai 128 milioni di oggi, sotto i 100 milioni di persone nel 2048 e sotto i 50 milioni nel prossimo secolo. Si prevede che più di 500 divisioni amministrative (自治体) in tutto il paese, incluse quelle nelle città principali, rischiano di sparire. In particolare è il forte calo del numero delle donne tra i 20 e i 39 anni ad avere un forte impatto sulla popolazione futura del paese.  

 

Nonostante i dati, non sembrano esserci al momento soluzioni concrete da parte del governo per favorire le nascite. In un editoriale il quotidiano giapponese Asahi Shimbun ritorna sul tema di un modello sociale giapponese ormai anacronistico: assistenza al marito lavoratore e scarsa attenzione alle esigenze delle madri lavoratrici. Negli anni ’70, il partito liberaldemocratico, ancor oggi al potere, proclamava di non voler seguire il modello di welfare europeo, in grado di distrarre le persone dal lavoro con troppi incentivi. Il fatto di potersi aiutare gli uni con gli altri e di contare sul sostegno della famiglia è stata fatta passare per anni come una virtù del popolo giapponese. 

 

Ma la trasformazione del mercato del lavoro e il venir meno della certezza di avere un posto ben remunerato e per la vita, rende oggi questo modello insostenibile. Anche in Giappone sempre più uomini non possono permettersi di mantenere una famiglia, mentre le donne lavoratrici che vogliono avere figli trovano numerosi ostacoli. Primo tra questi, la perdita del lavoro o la difficoltà di riprendere al rientro.

 

Promuovere la forza lavoro femminile è stato uno degli slogan lanciati lo scorso anno dal primo ministro Shinzo Abe. Ma non è accompagnata da un sistema diassistenza sociale e di strutture, come gli asili, in grado di soddisfare i nuovi bisogni di chi si divide tra figli e ufficio.resa percentuale di donne che lavorano è passata dal 33 percento nel 1975 al 44.8 nel 2010.

Intanto per chi invecchia scarseggiano le figure professionali in grado di assistere anziani, soprattutto quelli che vivono in città lontani dai familiari. E così, in un paese dove solo il 2 percento dei residenti è straniero, qualcuno ha suggerito al premier una maggiore apertura del paese agli immigrati per far fronte alla richiesta di nuova forza lavoro (nel 2014 si è registrato un calo di 570mila persone tra i 15 e i 64 anni). Ma durante un programma televisivo, il premier Abe ha chiarito la sua posizione contraria a questa opzione rispondendo così: “Nei paesi che hanno accettato l’immigrazione, ci sono stati numerosi scontri e una grande infelicità sia per i nuovi arrivati sia per la popolazione del posto”.