Non se lo aspettava nessuno, o così amano dire elettori e amici di Giancarlo Galan. Quello che, per una professoressa del liceo, all’Università non ci sarebbe neanche dovuto andare: “È un ragazzo goffo, non si impegna e vuole sole divertirsi, al massimo potrebbe fare l’idraulico”. Quello che chiamano “Pantagruele” e “Giancarlone”, padre medico e partigiano nel Partito d’Azione, fratello oculista notissimo. Quello che, a leggere un appassionato articolone di Salvatore Merlo ieri sul Foglio, “si veste con cura da quando si è risposato, ha cambiato moglie e sarto, è mite e garbato e ha un buon rapporto con il mondo”.

Galan, durante Tangentopoli, tifava per i magistrati: “Non ho mai sopportato corrotti e corruttori. Non tollero le malversazioni, le ruberie. Con i ladri mai”. Ora sembra tutto cambiato. I magistrati sospettano che gli ingenti lavori di ristrutturazione della sua villa di Cinto Euganeo siano stati pagati dall’imprenditore Piergiorgio Baita: 700 mila euro per il corpo principale e 400 mila per la “barchessa”. La moglie, Sandra Persegato, ha difeso il marito: “È una gran persona, gli italiani sono ingrati. Lavori gratis? Bugie, pago due mutui”. Difesa accorata, che pare stridere con i dati scovati dalla Guardia di finanzia. Tra il 2000 e il 2011, Galan e famiglia hanno dichiarato poco più di 1 milione e 413 mila euro; in quello stesso periodo hanno speso 2 milioni e 695 mila euro: come si spiega quella differenza di oltre un milione e 281 mila euro?

Il caso Galan sembra una sorta di remake sbilenco di Signore & signori, il film di Pietro Germi che 49 anni fa vinse il Grand Prix della Giuria del Festival di Cannes. Signore & signori nacque in pieno boom economico, le ruberie presunte dello scandalo Mose hanno per sfondo una crisi economica deflagrante (che colpisce quasi tutti, e Galan è tra i pochi ad abitare perennemente quel “quasi”). I punti di contatto, però, ci sono. Per esempio la location, il Nordest. Germi scelse – senza mai nominarle – Treviso e la Contrada Granda di Conegliano, Galan si muove tra Padova e Venezia. Germi individuò una piccola città come scenario emblematico di un’apparenza festosa e sgargiante che nascondesse segreti e bassezze. Un romanzo corale per una feroce satira sociale.

Il Mose è farsa più che satira, ma lo scenario è analogo. C’è il gentiluomo di provincia, c’è il riccone che cerca nel lavoro – e nella esibizione della conquista femminile – la rivalsa per un passato difficile. C’è la borghesia, verosimilmente piccola piccola, che sgomita per avere un posto in prima fila nei circoli che contano. C’è la villa immensa e ostentata, quasi che pure il confine tra un Palladio e un Galan fosse diventato ormai labile. E c’è il Nordest, appartenenza prim’ancora che paesaggio. L’autobiografia di Galan, edita nel 2008, si intitolava non a caso Il Nordest sono io. Nella prefazione, il professor Giuseppe De Rita (con cui Galan si è laureato) garantiva: “Una così forte libertà espressiva sarebbe un puro fenomeno caratteriale se non fosse intimamente legata a un animo liberale e a un convinto primato della cultura della diversità”. Parole in antitesi con il giudizio di Fabrizio Cicchitto: “Galan? Un Gauleiter, è arrogante e cattivo”.

Il Nordest, nel percorso di Galan, c’è sempre. Nella sua adolescenza da ragazzone che “quando mangiava si impataccava la cravatta e la giacca” (racconta il Foglio), nella sua idea di partito prima territoriale che ideologico (al punto da trovare affinità con Riccardo Illy e Massimo Cacciari). Soprattutto: nella terra come tramite per il riscatto e il successo. Galan è descritto come spiritoso e bon vivant. Anche autoironico: nove mesi fa accettò i fischi alla festa del Fatto Quotidiano; lui ci mise la faccia, i colleghi no. Ha cavalcato finché ha potuto l’onda lunga del Nordest placido e danaroso, che nel frattempo ha finito col somigliare più ai romanzi di Carlotto che ai colori di Germi. Di quel film, mezzo secolo dopo, è rimasta la tinta meno desiderabile: quella fosca, cinica e senza speranza. Nelle vicende del Mose, più che la scaltrezza del dongiovanni Toni Gasparini (Alberto Lionello), si ritrovano l’ipocrisia che condannava il ragionier Bisigato (Gastone Moschin) e l’amoralità dei paesani che si approfittano di una ingenua sedicenne di campagna. La Chiesa celerà i nomi dei colpevoli, la stampa accetterà le omissioni e perfino il padre della ragazza si farà comprare, anteponendo le brame di ricchezza a un gusto minimo per la morale. Ieri come oggi.

Il Fatto Quotidiano, 7 giugno 2014