Standard and Poor’s ha confermato il rating dell’Italia a BBB con prospettive (outlook) negative. La conferma del giudizio sul merito di credito del Paese riflette le attese che il governo Renzi sarà in grado di fare “progressi importanti su importanti riforme strutturali e di bilancio”. Tuttavia “il rating potrebbe essere ridotto nel caso in cui dovessimo giungere alla conclusione che il governo non riuscirà a implementare le politiche necessarie a far ripartire la crescita e a contenere l’aumento del debito nelle nostre stime”. 

A tal proposito, l’agenzia sottolinea in particolare come “nonostante le intenzioni dell’esecutivo italiano siano incoraggianti è troppo presto per valutare quanto programma potrà essere attuato e in che tempi”, ma soprattutto che “le prospettive di crescita economica resteranno deboli in termini reali e nominali”. La prospettiva di una “modesta crescita” in Italia, poi, “riflette i tentativi da parte degli ultimi tre governi di riformare il mercato del lavoro e la produzione, che noi consideriamo meno flessibili rispetto a quelli dei partner commerciali più importanti d’Italia”.

Inoltre, “le valutazioni sull’Italia sono anche vincolate dall’elevato peso del debito sui conti pubblici e delle amministrazioni pubbliche e dello scarso funzionamento dei meccanismi di trasmissione della politica monetaria, che hanno portato a un irrigidimento del mercato del credito per il settore privato”. Altrettanto non si può dire per l’Irlanda, alla quale Standard & Poor’s ha migliorato il giudizio di un gradino, portandolo da BB+ ad A-, una promozione che porta Dublino a due livelli (notch) sopra l’Italia in termini di merito di credito. La prospettiva sul rating irlandese è positiva. 

Tornando a Roma, l’agenzia stima che il rapporto debito/Pil italiano toccherà un picco in quota 132% nel 2014 per iniziare una lenta discesa che al 2017 dovrebbe portarlo al 130% mentre il Pil reale è stimato in aumento di mezzo punto percentuale quest’anno e dell’1,1% nel 2015.  Tra le criticità dell’Italia, S&P conta il processo di contrattazione salariale organizzato a livello nazionale piuttosto che di impresa, che “contribuisce a creare rigidità, indipendentemente dalle tendenze produttive sottostanti”. Inoltre sarebbe “troppo elevato” il costo del lavoro non legato direttamente al salario, tra cui le spese giudiziarie, giuridiche e amministrative, e quelle per le liquidazioni”.

L’Italia, proseguono gli economisti dell’agenzia, “ha un costo dell’energia all’ingrosso molto superiore” rispetto agli altri Paesi europei e industrializzati. Ancora, scrive Standard & Poor’s, “gli incentivi creati dalle leggi fiscali e dal taglio del cuneo per le imprese restano modesti”. Infine, si legge ancora nella valutazione, “c’è scarsa mobilità del lavoro interna, in parte perché il mercato degli affitti è sottosviluppato”, ma anche per il carico fiscale e le tariffe che notai e avvocati applicano sulle transazioni.