Sono di ritorno da due importanti incontri scientifici, uno andrologico e uno ginecologico, dove ho potuto apprezzare la possibilità di una integrazione delle diverse specialità che si occupano della salute sessuale delle persone. La manichea distinzione tra cause psicologiche e cause organiche si sta molto lentamente superando, con la considerazione della persona come struttura biologica ma anche della sua storia e del contesto socioculturale dove vive.

Tutto questo viene definito visione biopsicosociale della salute sessuale che consente, quando si verifica una difficoltà, un sintomo, una interruzione di qualsiasi tipo, di fare accertamenti medici ma di contemplare anche un ascolto al ‘vissuto’ della difficoltà presentata. Fare questo richiede tempo e attenzione, richiede quindi che tutti gli specialisti siano formati ad un certo tipo di ascolto per fornire la risposta più adeguata alle difficoltà poste dal paziente oppure di saper inviare allo specialista più indicato. Il sintomo fisico, anche quando ha delle cause riconosciute come organiche, comporta sempre una reazione emotiva: la preoccupazione, il senso di inadeguatezza, la ripercussione sulla vita di coppia e molto altro.  

Ci sono ormai molte pubblicazioni scientifiche che vanno nella direzione di sottolineare l’importanza di questo approccio, per aumentare la compliance del paziente, cioè l’aderenza e continuità del trattamento proposto, che può avere efficacia solo se portato avanti seguendo le indicazioni terapeutiche. 

Un indicatore della competenza del professionista, in ambito sessuologico, sta proprio nella possibilità di dialogare con altri professionisti al fine di individuare il percorso migliore per il paziente. Il concetto di “ritagliare su misura” il trattamento è ormai abbastanza diffuso, rimane ovviamente la difficoltà delle zone più isolate che hanno meno professionisti della salute sessuale e quindi meno possibilità di scambio, oppure la resistenza culturale a fare squadra, nel timore che il paziente possa scegliere di muoversi diversamente. Oggi il paziente è per fortuna sempre più informato, conosce metodiche e tecniche, chiede competenza ed è competente a sua volta. L’assistenza di qualità è un dovere di tutti gli operatori, laddove la sanità sta venendo meno con le strutture, dobbiamo sopperire e  favorire  la maggiore professionalità.

Quello che oggi sembra un approccio scontato, in realtà ha una storia che viene da lontano, non è stato facile lavorare con le diffidenze dei diversi operatori, la parcellizzazione delle specializzazioni, sempre più specifiche e limitate alla conoscenza del particolare dimenticando spesso il più grande contesto.  Siamo arrivati ad un punto dove credo sia possibile, dopo avere approfondito e conosciuto al meglio il micro,  tornare con maggiore esperienza al macro