Minacciato e tenuto rinchiuso contro la propria volontà per essere stato nominato amministratore giudiziario di alcuni beni sequestrati a una famiglia accusata di avere legami con la Camorra. E’ questa l’accusa del curatore designato dal Tribunale di Rimini di occuparsi del patrimonio della famiglia Lanna che ha chiesto di essere sollevato dal proprio incarico nel timore che, dopo gli episodi di violenza subiti, anche la sua famiglia possa trovarsi in pericolo. Al centro della cronaca ancora una volta i fratelli Ciro, Francesco e Giovanni Battista Lanna, residenti nella capitale della Riviera, i cui beni erano stati sottoposti a sequestro l’8 maggio scorso dalla Guardia di Finanza e dalla Polizia per sospetti collegamenti con il clan Abate di San Giorgio a Cremano. Una decisione accettata con molte resistenze dai proprietari che già nelle scorse settimane avevano minacciato di darsi fuoco davanti al tribunale di Rimini.

Secondo l’accusa riportata nel fascicolo d’indagine aperto dal pm Luca Bertuzzi, infatti, alcuni membri della famiglia Lanna avrebbero minacciato e rinchiuso l’amministratore giudiziario, impegnato in un sopralluogo, all’interno di un locale di loro proprietà, una gastronomia a Riccione, con l’intento di intimidirlo e ottenere la restituzione dei beni confiscati: un albergo di proprietà nel riminese, cinque società di gestione di altrettanti hotel a Miramare, un appartamento a Monte Colombo (Rn) e, appunto, la gastronomia situata nella Perla Verde, dove avrebbero trattenuto il curatore minacciandolo e privandolo del telefono cellulare. Valore complessivo, 2,5 milioni di euro.

A raccontare l’episodio sarebbe stato lo stesso funzionario designato dal Tribunale di Rimini, che durante l’udienza del 4 giugno scorso, nel corso della quale si sarebbe dovuto decidere se confermare la confisca o restituire ai fratelli Lanna il patrimonio sequestrato dagli inquirenti sulla base del nuovo codice antimafia, finalizzato all’esproprio dei beni ritenuti di valore sproporzionato rispetto al reddito o all’attività economica di chi li detiene, ha domandato in aula di essere rimosso dall’incarico per l’impossibilità di svolgere il proprio compito in seguito alle intimidazioni ricevute.

Una richiesta che però, per il momento è ancora al vaglio. L’incarico del curatore, infatti, è stato congelato, e ogni decisione è stata rinviata al prossimo 18 giugno, quando il Tribunale del Riesame di Rimini stabilirà se nominare un nuovo curatore e confermare la confisca dei beni, come richiesto dalla Procura, o se sbloccare il patrimonio. Ciro, Francesco e Giovanni Battista Lanna, del resto, non sono volti sconosciuti per le forze dell’ordine: tutti pregiudicati per reati in materia di stupefacenti. Ma non solo. A far scattare il provvedimento antimafia era stata una telefonata intercettata dagli inquirenti, nel corso della quale Francesco Lanna riferiva di come l’albergo confiscato fosse stato acquistato da Ciro Lanna, suo fratello, grazie ai proventi legati alla droga. Inoltre, a notifica del sequestro avvenuta, sempre Francesco Lanna aveva inscenato una protesta davanti al Tribunale di Rimini, minacciando di darsi fuoco con una tanica di benzina che però in realtà conteneva semplicemente acqua. Ora, invece, i Lanna dovranno rispondere anche di violenza e minacce a pubblico ufficiale nei confronti dell’amministratore giudiziario.

Immediate le reazioni dei sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil, di Libera contro le mafie e del Gruppo antimafia Pio la Torre di Rimini, che hanno espresso “grande preoccupazione per quanto accaduto al curatore di Rimini e per la presenza, così radicata, dell’illegalità nel territorio della Riviera Romagnola. Un fenomeno in continuo aumento, al punto da rischiare di minare alle radici la nostra società, allontanando sempre di più la possibilità che da questa crisi sia possibile uscire per una via alta, con più innovazione, più lavoro sicuro e regolare, con maggiore legalità e giustizia”.

“Ciò che è accaduto è un fatto gravissimo – spiega Patrick Wild, del Gap di Rimini – al di là di quello che deciderà il Tribunale del Riesame il 18 giugno prossimo, o la Corte d’Appello di Bologna il 15 luglio, altresì chiamata a esprimersi su alcuni dei beni sequestrati, che fatti simili si verifichino in Riviera è più di un segnale d’allarme. E’ inammissibile che un funzionario del Tribunale venga di fatto sequestrato. Noi auspichiamo provvedimenti restrittivi nei confronti dei soggetti responsabili, e misure di sicurezza per il curatore e la sua famiglia”. “Tuttavia – continua Wild – tutto ciò dimostra che la decisione, presa dagli inquirenti, di seguire i flussi di denaro per tentare di contrastare la criminalità organizzata è quella giusta”.

“Da tempo cerchiamo di lanciare l’allarme sul ruolo che la Riviera ha assunto per le mafie, quello cioè di lavatrice di denaro sporco – sottolinea anche Graziano Urbinati, segretario generale della Cgil di Rimini – la vicinanza con San Marino, paradiso fiscale, e la vocazione turistica del territorio sono come calamite per i clan, e nessuno deve essere lasciato solo nella battaglia per la giustizia e la legalità. Auspichiamo che a partire dalle istituzioni un segnale forte dopo quanto successo, e una maggiore vigilanza sul territorio. Le mafie possono essere sconfitte solo se tutti vigiliamo: forze dell’ordine, magistratura, ma anche cittadini e imprese”.