La “pressione ambientale verso la chiusura dello stabilimento” Ilva e la convinzione che il processo nei confronti della proprietà e dei vertici della fabbrica “sia colto e atteso dall’ambiente” come la “eliminazione” dello stabilimento “che per decenni e decenni ha condizionato la vita della città” trasferiscono alla magistratura aspettative estranee alla funzione del processo e “costituiscono elementi non controvertibili circa la sussistenza di quel pericolo che codesta Suprema Corte di Cassazione ha individuate come estremo fondante l’istituto della rimessione”. È quanto si legge nell’istanza depositata dai legali dell’Ilva e di diversi imputati nell’inchiesta “ambiente svenduto” con la quale chiedono di spostare il processo nei confronti della proprietà e dei vertici delll’Ilva dal tribunale di Taranto ad un altro collegio giudicante. Le 198 pagine che compongono il documento, sono state depositate giovedì mattina nella cancelleria del Gup Vilma Gilli che il prossimo 19 giugno presiederà la prima udienza preliminare nei confronti dei 52 imputati (49 persone fisiche e 3 società), accusati del disastro ambientale di Taranto per le emissioni nocive della fabbrica dei Riva.

Nel documento, gli avvocati del collegio difensivo, hanno spiegato nel dettaglio i motivi della richiesta che formalmente non mira a “strategie di delegittimazione del potere giudiziario” e nemmeno “sottende una fuga dalla sede processuale”, ma sostanzialmente punta a evidenziare due aspetti: il potere della comunità locale di influenzare le decisioni della magistratura e quello degli stessi giudici nei confronti di altre istituzioni. Per gli avvocati dell’Ilva, ad esempio, la missiva che nel 2012 il capo degli inquirenti ha inviato a comune, provincia, regione e ministro dell’ambiente per evidenziare la delicata situazione emersa dalle perizie – ambientale ed epidemiologica – ha “sostanzialmente sostituito l’istituzione locale”. La procura, cioè, avrebbe causato l’emissione delle ordinanze del sindaco. E a questo si dovrebbero aggiungere le dichiarazioni rilasciate tra il 2012 e il 2013 dal procuratore di Taranto Franco Sebastio, ma anche dal procuratore generale della corte d’appello di Lecce, Giuseppe Vignola, e del presidente della corte, Mario Buffa. In quei mesi, secondo quanto riportato nel documento, “gli Uffici giudiziari – non diversamente dai residenti – hanno costantemente premuto per la chiusura irreversibile dell’area a caldo, già in fase cautelare”. Non solo.

A sostegno della loro tesi di incompatibilità del tribunale ionico, i legali rievocano “le manifestazioni più massicce e le azioni dimostrative più invasive” che “a contarle in modo approssimativo sono state almeno quattordici, con una partecipazione complessiva” di oltre 55 mila partecipanti. Non una parola, però, sul fatto che in questi ultimi anni a Taranto, nonostante l’elevata tensione sociale, non si sia mai verificato alcun incidente e che tutte le manifestazioni si siano svolte nel pieno rispetto del principio di libera manifestazione del pensiero. Non una parola nemmeno sul contenuto delle perizie o sui dati riportati nello studio Sentieri che hanno descritto la drammatica situazione sanitaria per via dell’elevato numero di tumori nel capoluogo ionico e in particolare a nei quartieri più vicini alla fabbrica. Neppure un accenno al flop del referendum sulla chiusura dell’area a caldo dello stabilimento. I legali, però , hanno evidenziato come le manifestazioni non siano “semplici manifestazioni di pensiero” ma “sintomi” di “un maturo processo storico che precede, comprende e domina il processo giurisdizionale”.

Insomma quei cortei sono la testimonianza di una rivoluzione che può influire sulla decisione dei giudici che, sottolineano i dinfesori degli imputati, risiedono e sono radicati in questo territorio e, quindi, sono in qualche modo sottoposti alla continua pressione della comunità. Concetti che, tuttavia, sembrano non tenere in debita considerazione, ad esempio, la recente assoluzione dei Riva per la concorrenza illecita nel porto di Taranto. Perché ciò che conta, a detta degli avvocati, è che dinanzi al “coinvolgimento del territorio” nulla potrebbero fare “il tessuto sociale della città, i lavoratori provenienti dalla Provincia, le istituzioni locali, laiche ed ecclesiastiche e le autorità requirenti e giudicanti”. Nella prossima udienza del 19 giugno, quindi, il gup Vilma Gilli dovrà limitarsi a prendere atto della richiesta, sospendere il procedimento e inviare tutti i faldoni alla Corte di Cassazione che dovrà decidere se il processo potrà celebrarsi a Taranto o essere trasferito al tribunale di Potenza.