Giovanni Berneschialias “il Magro” nelle intercettazioni con spalloni e spicciafaccende – negli anni della sua irresistibile ascesa era soprannominato “Paganini”, per la chioma irsuta lasciata crescere a cespuglio dietro la nuca, che lo faceva somigliare alla gloria violinistica locale. Acconciatura insolita rispetto al canonico look del banchiere, retaggio (insieme a un forte accento tipo Gilberto Govi) delle origini sociali di quel ragazzo, leva 1937, nato in un quartiere popolare della periferia genovese e sceso nella city a vent’anni, grazie a una modesta assunzione quale impiegato amministrativo della Cassa di Risparmio di Genova e Imperia. Il suo unico impiego per oltre mezzo secolo, in quella banca dove percorrerà l’intera scalata gerarchica: 1979 condirettore, amministratore delegato nel 2000, presidente nel 2003 (fino al 2013).

Un personaggio con profondo radicamento nel locale, come assolutamente locale è il contesto della sua vicenda di furbissimo parvenu, consapevole dei perimetri in cui esercitare il proprio potere. Ma in quei perimetri l’esercizio del potere era assoluto.

Una vicenda nata all’ombra del city-boss genovese del dopoguerra Paolo Emilio Taviani (PET) che controlla la città da alcuni punti chiave (la Camera di Commercio, l’Associazione Industriali), soprattutto l’istituto di credito che è l’unica leva finanziaria del territorio. Punti chiave presidiati da PET attraverso fiduciari di totale controllabilità, in quanto selezionati per l’evidente mediocrità che impedisce loro qualsiasi vaga idea di giocare partite in proprio.

Quando nella metà degli Anni Settanta declina la parabola politica di PET, Genova si trova con una classe dirigente locale composta da “travicelli”, in particolare le presidenze “politiche” di Carige. E qui inizia la carriera dirigenziale di Berneschi; abile conoscitore dei vizi umani, che consente a notabili ormai privati della leadership di riferimento gratificazioni formali e piccoli peccatucci.

Ma la politica non interessa il nuovo uomo forte della finanza: fedele alle proprie origini coltiva la roba. Intanto il dopo Taviani della politica genovese individua nell’intermediazione partito-affari la propria nuova ragione d’essere. Prima con il deputato socialista Antonio Canepa, morto giovanissimo per overdose; poi con Claudio Burlando, da un trentennio silente presidiatore della catastrofe ligure tra desertificazioni economiche e degrado dell’etica pubblica.

In una logica di affarismo tutto ruota attorno a quel formidabile osservatorio che è la banca, saldamente in pugno di Berneschi. Il quale tesse reti protettive stipulando alleanze e distribuendo favori. Pure finanziando la politica, con il vantaggio che gli amministratori dei partiti finanziati devono sottoscrivere fideiussioni personali che li rendono particolarmente malleabili.

Il modello organizzativo che si impone è quello delle cordate: cordate di prestanome che agiscano per conto del boss senza farlo figurare direttamente in ambito di operazioni monetarie; cordate di favori per puntellare al meglio il sistema di potere. La città attende di sapere meglio chi fossero i magistrati legati da ragioni – come dire – amicali al signore delle sponsorizzazioni. Lo stesso dicasi di una stampa locale per decenni in ginocchio.

Quanto invece inizia a venire alla luce sono le cortesie nei confronti di un altro potentato con cui si stipularono lunghe alleanze: la Curia. Non a caso ora si parla dei regaletti fatti a Tarcisio Bertone: 300 mila Euro alla Lux Vida per i dvd della fiction La Bibbia, 90 mila per le stole dei vescovi. Intanto il sodale Burlando donava al cardinal Bagnasco il posto di Regione Liguria nel CdA di Fondazione Carige.

Insomma, un filo lega i quattro “B” (Berneschi, Bertone, Bagnasco e Burlando) dominatori in città nell’ultimo quarto di secolo. Se si segue il denaro si può afferrarne il bandolo. Ennesimo esempio dello spirito di questi tempi votati all’avidità, in cui il sonno della politica genera mostri.

Il Fatto Quotidiano, 6 giugno 2014