Li chiamano tetti massimi di retribuzione, hanno provocato polemiche e malumori, ma a leggere le cifre continuano a somigliare agli stipendi dei calciatori di serie A. Accade a Palazzo dei Normanni, sede dell’Assemblea Regionale Siciliana, dove i dipendenti hanno da sempre avuto intoccabili buste paga dorate, spesso perfino superiori agli onorevoli stipendi dei deputati. Si va dai 2.898 euro netti di un assistente parlamentare, fino ai 6.984 di un consigliere, passando per i 4.973 di uno stenografo: tutti con quindici mensilità all’anno.

Tempi che furono, direbbe qualcuno, perché adesso anche sui dorati stipendi dei dipendenti dell’Ars sta per abbattersi la scure dei tagli. Imperterrita e irrefrenabile, infatti, la spending review è arrivata anche lì dove non non aveva mai osato entrare: e dopo giorni di trattativa sindacale, il presidente dell’Ars Giovanni Ardizzone ha potuto annunciare che anche per i dipendenti del Parlamento siciliano è arrivato il momento di tirare la cinghia. Nel giorno in cui il commissario dello Stato dà il via libera alla tetto massimo di 160 mila euro all’anno voluto dal governatore Rosario Crocetta per gli stipendi dei dipendenti regionali (tra questi i direttori di Arpa e Irsap avevano stipendi da 210 mila euro), anche a Palazzo dei Normanni vengono annunciati tagli.

In realtà, a leggere i nuovi salary cup, si tratta al massimo di piccole sforbiciate dato che un assistente parlamentare potrà guadagnare al massimo 92 mila euro all’anno, un coadiutore 110 mila, un segretario 145 mila, uno stenografo 200 mila e un consigliere parlamentare 240 mila. “Sono cifre ancora troppo alte: se la Regione fissa il tetto a 160 mila euro l’anno, anche l’Ars deve adeguarsi” attacca Giancarlo Cancelleri del Movimento Cinque Stelle, che poi mette nel mirino direttamente Ardizzone. “In passato – dice – avevamo proposto un tetto di 158 mila euro all’anno per i dipendenti ma Ardizzone respinse la nostra proposta perché inammissibile a livello costituzionale: aveva chiaramente torto dato che adesso la proposta di Crocetta è diventata legge ”.

Il vero bluff dei tagli agli stipendi dei dipendenti dell’Ars, però, è rappresentato da una clausola che garantirebbe a chi lascia l’impiego entro un anno di andare in pensione con i contributi del vecchio stipendio d’oro. Un’occasione unica per i dipendenti più anziani, che eviterebbero tranquillamente il taglio dello stipendio andandosi a godere una pensione di platino, come già succede ai 209 ex dipendenti di Palazzo dei Normanni andati in quiescenza: per loro ci sono accrediti annuali compresi tra i 100 e i 200 mila euro.

È il caso di Giovanni Tomasello, ex segretario generale dell’Ars, andato in pensione lo scorso autunno a 57 anni con una liquidazione che pare sfiorare il milione e mezzo. Il condizionale è infatti d’obbligo dato che per una questione di privacy i dati sulla pensione dell’ex gran commis di Palazzo dei Normanni non sono mai stati rivelati dai vertici dell’Assemblea. “Voglio trasformare Palazzo dei Normanni in un palazzo di vetro” annunciava Ardizzone il giorno dell’insediamento. I vetri di Palazzo dei Normanni però sono ancora opachi, dato che oltre alla liquidazione di Tomasello, è rimasto segreto anche l’esatto ammontare dello stipendio percepito dal suo successore, Sebastiano Di Bella. “Abbiamo chiesto tre volte la sua busta paga senza mai ottenerla” spiega Cancelleri. Voci mai smentite quantificano lo stipendio del burocrate in mezzo milione di euro all’anno: con la spending review potrà guadagnarne solo 264 mila.

E mentre Ardizzone cerca di varare la sforbiciata agli stipendi dei dipendenti dell’Ars, sono stati completamente bloccati invece gli stipendi di trenta dipendenti dei gruppi parlamentari coinvolti nell’inchiesta della Corte dei Conti sulle spese pazze all’Ars: l’ex Pdl, ora diviso tra Forza Italia e Ncd, Grande Sud e il Movimento per l’Autonomia. Il consiglio di presidenza ha anche chiesto ai dipendenti di presentare la certificazione antimafia: immediate sono quindi arrivate le dimissioni di David Costa, ex parlamentare dell’Udc, già dipendente del gruppo Pdl, condannato in via definitiva a tre anni e otto mesi per voto di scambio politico mafioso.

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