Se c’è un direttore d’orchestra che conti davvero, nelle sterminate legioni degli interpreti di Richard Strauss, questo è Clemens Krauss. La Decca ha riesumato dal suo preziosissimo catalogo storico le leggendarie incisioni straussiane dei primi anni ’50 e ne ha allestito un cofanetto in 6 cd per il 150esimo anniversario della nascita del compositore, che è anche il 60esimo della morte del direttore d’orchestra. Una scelta dei maggiori poemi sinfonici e la Salome integrale. Il tutto con gli amati Wiener Philarmoniker e un cast di cantanti affidabile.

Krauss e Strauss erano amici, anche se con una notevole differenza d’età divennero molto intimi, tanto che il direttore d’orchestra finì per essere il librettista dell’ultima deliziosa opera del maestro monacense, Capriccio. Un addio languido e raffinatissimo ad un passato glorioso (e molto idealizzato) che è anche un addio alla musica dell’Ottocento, culla e terreno di coltura del compositore, che si era rifugiato, dopo l’estremo limite dell’atonalità con l’Elektra, in un neoclassicismo che non ammise più ritorni alla ‘modernità’.

Strauss intessè sempre ottimi rapporti con i direttori d’orchestra che pure erano suoi colleghi da direttore eccelso quale sapeva essere, ci tenne ad ‘allevare’ e instradare una buona leva di interpreti che fossero fedeli al suo ‘verbo’: Böhm, Mengelberg, Karajan, Reiner, Knappertsbusch, Szell. Con Krauss, però, il gioco si fece più sottile, data la statura eccezionale del personaggio e la sua unicità, la sintonia totale dal punto di vista intellettuale e quasi filosofica che Krauss ebbe con il compositore, la sua spregiudicata viennesità, quella Vienna tanto sognata dal compositore. Infatti Strauss che per lo più viene affrontato muscolarmente da una pletora di direttori dozzinali, e  beninteso con le sue partiture offre il destro per una tale resa, consigliava però a quasi tutti i giovani interpreti che conosceva di tenere l’orchestra piuttosto bassa di dinamiche e di preferire tempi più veloci. Krauss fu la personificazione di questi dettami, ma non per diretta influenza del compositore, quanto per la cultura ‘viennese’ che  ha impersonato come nessuno. Quella leggerezza di tocco che solo Kleiber figlio ebbe in sorte di recuperare nel Rosenkavalier, quel modo spigliato e senza sforzo di fraseggiare, far passare quasi tutto in ironica eleganza, con lucentezza di commedia, che fa di lui una pietra miliare nell’interpretazione straussiana.

Il miracolo è che Krauss questa leggerezza riesce a tenerla nutrita di ben altri umori, anche in Wagner, nel meraviglioso Ring del 1953 a Bayreuth uno dei più belli che ci siano conservati, e nell’umanissimo Parsifal, sempre dal festival di quell’anno. Un Wagner, il suo, fuori da qualsiasi titanismo di cartapesta, il direttore perfetto per la nuova Bayreuth voluta da Wieland e troppo presto orbata dell’interprete ideale di quelle aspirazioni all’asciuttezza e al rigore, anche se sempre con estrema eleganza. Portò a Bayreuth una lucidità e uno snellimento di proporzioni che Astrid Varnay (la Brünnhilde insuperabile di quegli anni) giudicò da primato olimpico di velocità. Per chi proveniva dalla tradizione ‘bidellesca’ del Walhalla i tempi mercuriali, il lirismo inaspettato, il puntare sulla venustà delle voci e sul cesellamento del fraseggio, oltre che sul ridotto clangore orchestrale, era tutta acqua nuova che trovò nuovo letto di fiume solo nel Ring rivoluzionario di Karajan, a Salisburgo e in disco. Certo, quella tradizione poteva essere anche onusta di gloria, come nei Ring ‘rivali’ di Furtwängler e Knappertsbusch, ma nelle più triviali manifestazioni di routine si arrivava alle gigantesse urlanti con elmi piumati e orchestre al calor bianco di decibel.

Purtroppo Krauss ha consegnato ai posteri un limitato testamento sonoro, pochi dischi in studio e non moltissimi ‘live’ che ci danno però la misura di un titano del podio che ci ha lasciato troppo presto. Ma per chi ha pazienza di cercare c’è una spettacolare Missa Solemnis degli anni ’40, qualche rarità come la Cantata per la morte di Giuseppe II, qualche Haydn, poco Stravinskij e Ravel oltre ai per fortuna molti Strauss e Wagner. Un patrimonio di bellezza che ha fatto grande la Vienna Eterna e che ha avuto in Clemens Krauss uno dei suoi maggiori alfieri.