Paolo Ventura, Iraq, 2008 (courtesy @HastedKraeutlerGallery)

Il tempo è azione, la fotografia è istantanea quindi più si riferisce ad una cosa statica più è vera.
(Philippe Daverio)

Cosa ci fa un fotografo con un bicchiere in riva al fiume? E’ solo la metafora stessa di ciò che fa il fotografo: immerge per un attimo il bicchiere (la sua macchina fotografica) nel fiume che scorre (la vita) riempiendolo (scattando).
Già, è questo contemporaneamente il grande limite della fotografia e la sua grandiosa unicità: da un flusso che scorre davanti all’obbiettivo preleva un frammento, una quantità infinitesima; ferma, congela e ci consegna – ad arbitrio del fotografo – una parte per il tutto; ma fino a che punto rappresentativa di questo tutto?
Un limite, questa sua “fissità”, questa sua immobilità, che da sempre la fotografia ha cercato di bypassare con tecniche e scorciatoie nel tentativo di surrogare il movimento: il mosso, il panning, la sequenza, eccetera. Oppure, per converso, proprio la comprensione scientifica del movimento si è avvalsa della fotografia e della sua capacità di scomporlo e “farlo a pezzi” per mostrarlo nel suo farsi.

A partire da questa sua peculiarità, la domanda delle domande sulla fotografia è sempre la stessa: ma davvero può, e quanto può, una fotografia rimandare al fatto e alla scena che si sono svolti (svolgersi significa avere un andamento variabile) davanti alla macchina fotografica?
Non è un caso se la fotografia è ritenuta da molti la più ambigua tra le rappresentazioni della realtà (ammesso che possa tentare di rappresentarla…).

Ci stiamo inoltrando in un paradosso: la fotografia, considerata “lo specchio del reale”, vista come il meno fedele tra gli specchi possibili. Insomma: la parte per il tutto non è detto che funzioni, e quanti sono gli autori in grado di mettere davvero tutto il fiume in un bicchiere?
Fuor di metafora, rispetto a un momento preciso fissato nel fotogramma la vita ha avuto un prima e un dopo: ve n’è traccia e consapevolezza dentro a quel rettangolo?

Philippe Daverio, da fine osservatore e curioso prima che attento studioso di estetica, arte, comunicazione, in un’intervista sulla fotografia ha detto la frase riportata all’inizio del post.
Egli è scettico sulla possibilità che l’istantaneità di una foto sia in grado di rappresentare adeguatamente un’azione, e conclude dunque che la fotografia si avvicina alla realtà quanto più il soggetto è “senza vita”, privo di un divenire e in qualche modo svuotato del tempo che scorre: la natura morta è perciò, secondo Daverio, il solo soggetto fotografabile senza presunzione, l’unica possibilità di raccontare la verità tramite la fotografia.
Molto interessante, e naturalmente molto opinabile.

E allora, visto che navighiamo tra i paradossi, con un magnifico paradosso rispondo a Daverio e rilancio.
Prendiamo la fotografia dei marines in Iraq visibile all’inizio: una foto d’azione, puro reportage in zona di guerra. Azione che più azione non si può: soldati in azione. Dietro quel muro con l’effigie di Saddam Hussein immaginiamo colpi, spari, esplosioni, urla, paura, adrenalina, nemici, cambi continui di situazione. Cosa potrà mai riportarci questa fotografia di tutto ciò? Forse molto poco, dando così ragione a Daverio.

Ma la notizia è questa: i soldati che vedete sono pupazzi e tutta la scena è un diorama, un fantastico “presepe” realizzato in maniera certosina dal fotografo Paolo Ventura nel suo studio.
Egli ricostruisce mondi e visioni che prima immagina e solo successivamente materializza, in miniatura, davanti al suo obbiettivo. Poi, finalmente, li fotografa. Ogni foto presuppone settimane di lavoro per il Paolo Ventura artigiano e una frazione di secondo per il Paolo Ventura fotografo.
O meglio: tutta la vita del Paolo Ventura fotografo artigiano.
Dunque, la scena di guerra in Iraq è una natura morta senza azione né svolgimento.
Eccolo il paradosso: stando alle parole di Daverio, essendo tecnicamente la foto di una cosa statica e inanimata, la foto della guerra in Iraq di Paolo Ventura è la più vera tra tutte le foto di guerra possibili, mentre noi sappiamo essere totalmente inventata e artificiale.

Ma forse… volando un po’…
Forse, con uno scarto del pensiero, fuori da troppi schemi e schermi, è invece proprio così: la foto di guerra di Paolo Ventura, fatta di compensato, stracci e cartapesta, è la più vera di tutte le foto di guerra mai scattate, con buona pace di Bob Capa, Eugene Smith, Don McCullin, James Nachtwey e via elencando.
Nel senso che è la più coincidente tra la visione che il fotografo ha della guerra e quello che ne restituisce in fotografia. Vista così – ancora in pieno paradosso – l’operazione fotografica ha bisogno di una “ricostruzione” per aderire totalmente alla verità; quale verità? Non certo un’imprendibile verità oggettiva, ma la verità intima e personale del fotografo, ciò che lui immagina verità.
In questo percorso non c’è alcuna distorsione, alcuna forzatura, alcuna truffa.
Finta senza finzione, falsa senza falsificazione, quella di Paolo Ventura è forse davvero la fotografia più vera, e in ogni caso la più onesta.

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