Un secolo fa, la soia era praticamente sconosciuta al di fuori dell’Asia. Oggi, centinaia di milioni di persone nel mondo mangiano carne, uova e latticini da animali nutriti con soia e tracce di soia si trovano in innumerevoli alimenti trasformati. Negli ultimi decenni, la soia ha subito la maggiore espansione di qualsiasi altra coltura globale, minacciando foreste e in altri importanti ecosistemi naturali. Negli ultimi 50 anni, la produzione della soia è cresciuta di dieci volte, da 27 a 269 milioni di tonnellate. La crescita di questo mercato ha comportato un costo: milioni di ettari di foresta sono stati convertiti in terreni agricoli, direttamente o indirettamente, come conseguenza del boom globale della domanda di soia. L’Amazzonia è tra le principali vittime della coltivazione della soia.

Tutti conoscono il valore dell’Amazzonia: il più incredibile e ricco scrigno di biodiversità del Pianeta che ospita fra le sue foreste, nell’incredibile intreccio di acque dolci – 100.000 km di corsi d’acqua – una specie su 10 di quelle conosciute, il “polmone verde” della Terra. Un terzo delle foreste tropicali del mondo si trova in Amazzonia e oltre 30 milioni di persone vivono nella regione, e molti dipendono dalla foresta e dai suoi fiumi per il proprio sostentamento.

Pochi di noi, al contrario, sono consapevoli di tutta la soia che mangiamo realmente. Un panino con l’hamburger, per esempio, può contenere carne prodotta da animali alimentati con farina di soia, margarina contenente soia, maionese con lecitina di soia e nel pane additivi a base di soia. Ma il dato allarmante è che tre quarti della soia prodotta a livello globale viene utilizzata per l’alimentazione animale, il che la rende la principale fonte di proteine al mondo per gli animali che mangiamo. Se il 6% della soia viene consumato direttamente dagli esseri umani, il 79% della soia viene utilizzata per i mangimi animali. Se per produrre un chilogrammo di carne di maiale sono necessari 263 grammi di soia, per produrre lo stesso quantitativo di carne di pollo ne sono necessari ben 575 grammi.
Il problema è chiaro: maggiore sarà la domanda di soia, più si avrà bisogno di terra.

Ogni anno nell’area amazzonica vengono distrutti oltre 1,5 milioni di ettari ai quali si aggiunge anche il problema molto grave connesso al degrado della foresta stessa. La produzione di soia è la principale responsabile della deforestazione in Amazzonia, insieme con l’espansione dei pascoli per il bestiame allevato, agli incendi, disboscamento legale e illegale, alla costruzione di strade asfaltate e al degrado causato dai cambiamenti climatici in atto. Il complesso di cause alla base della perdita della foresta è quindi connessa con le proprietà fondiaria, con la criminalità (diretta o tramite riciclaggio di denaro sporco), con la povertà e la crescita della popolazione. Peraltro, fino a poco tempo fa, l’Amazzonia era considerata inadatta per la produzione di soia, ma la selezione di varietà colturali e altri progressi ne hanno aumentato il potenziale produttivo. La produzione di soia è quindi stata identificata come una causa fondamentale per la conversione delle foreste, principalmente in Brasile e Bolivia. A questo vanno aggiunti gli impatti esterni della produzione di soia, come l’inquinamento dei corsi d’acqua da prodotti agrochimici e l’erosione del suolo, che hanno avuto anch’essi un impatto sugli ecosistemi naturali.

Se i tassi di deforestazione degli ultimi decenni continuassero ai ritmi attuali, quasi un quarto della restante foresta amazzonica potrebbe essere persa entro i prossimi 30 anni e il 37% entro i prossimi 50 anni. Stime più pessimistiche indicano come oltre la metà (55%) potrebbe essere persa nei prossimi 20 anni perché l’aumento della domanda di prodotti agricoli innesca un circolo vizioso di feedback climatico che prevede, per esempio, l’aumento della siccità e degli incendi boschivi.

Abbiamo urgente bisogno di produrre soia in maniera più responsabile o questi ecosistemi naturali di straordinaria importanza potrebbero andare persi per sempre insieme con l’inestimabile biodiversità che ospitano e i servizi vitali che forniscono. Tutti abbiamo una responsabilità e un ruolo da svolgere nel contribuire a ridurre gli impatti ambientali negativi della produzione di soia. Il WWF, con il suo programma One Planet Food dedicato all’alimentazione sostenibile, ritiene che sia possibile produrre soia senza distruggere le foreste e gli altri ecosistemi prioritari. Non esiste una soluzione unica, ma è richiesto un sforzo concertato da più parti: lungo tutta la catena di approvvigionamento, dai produttori alle aziende, dalla grande distribuzione al mondo politico e finanziario, fino ai consumatori.

Proprio noi consumatori possiamo combattere la deforestazione e salvare l’Amazzonia anche a tavola, attraverso le nostre scelte quotidiane. Ridurre il consumo di carne, uova e latticini, scelta che per la maggior parte persone si tradurrà in una dieta più vicina a quelle che sono le raccomandazioni nutrizionali e si ridurrà anche l’importazione di mangimi per animali, la cui produzione è responsabile della deforestazione. Infine, ridurre gli sprechi alimentari, pianificando correttamente la spesa e i pasti, aiuterà a utilizzare solo il necessario evitando produzioni tanto inutili quando dannose per l’ambiente. Ridurre il consumo di carne, uova e latticini, scelta che per la maggior parte persone si tradurrà in una dieta più vicina a quelle che sono le raccomandazioni nutrizionali, determinerà anche minori importazioni di mangimi per animali, la cui produzione è responsabile della deforestazione. Infine, ridurre gli sprechi alimentari, pianificando correttamente la spesa e i pasti, aiuterà a utilizzare solo il necessario evitando produzioni tanto inutili quando dannose per l’ambiente.
Oggi 5 giugno si celebra la Giornata Mondiale dell’Ambiente e il WWF non poteva che dedicarla all’Amazzonia, foresta  senza il cui respiro non sarebbe possibile la vita sulla Terra.

di Eva Alessi, responsabile sostenibilità Wwf Italia