La natura privatistica delle Fondazioni bancarie, che sono sempre più perno di interventi pubblici in ambito sociale ed economico, pone un problema serio e di cui il legislatore non ha tenuto in debito conto nel lungo e tortuoso processo di riforma delle fondazione stesse. Alludiamo all’assenza di un sistema di controllo esterno su affidamenti di lavori dal valore ingente.

Sono numerosi i casi in cui, negli ultimi anni, le Fondazioni bancarie sono state protagoniste di importanti interventi immobiliari. E in questo momento il pensiero va, quale esempio assai illuminante, alla selezione che la Fondazione Cassa di Risparmio di Modena dovrà farà nelle prossime settimane della cordata a cui verranno affidati lavori di riconversione di un ex complesso ospedaliero. La cifra in ballo è enorme: settanta milioni di euro.

Insomma la Fondazione Cassa di Risparmio, che come tutte le sue sorelle presenti su suolo italico, è espressione e coacervo di interessi politici ed economici locali, dovrà compiere una scelta facendo credere che gli equilibri di cui è frutto non avranno alcun peso nel giudizio finale. In tal senso si spiega la decisione di costituire, sul modello di quanto operato da altre Fondazioni, una commissione tecnica ad hoc col compito di garantire trasparenza ed indipendenza nel processo decisionale del vincitore.

Ma al di là del fatto che le Fondazioni si dotino su base volontaria di strumenti, più o meno validi e credibili, per assicurare formalmente che vinca il migliore, c’è da considerare un aspetto non indifferente: ove detti organismi dovessero tradire la missione affidata in virtù di “pressioni” esterne di vario tipo, non ci sarebbe alcuna conseguenza di carattere giudiziario. Perché le fondazioni operano appunto come attori privati. Ciò, nonostante le risorse utilizzate siano della comunità e gli interessi perseguiti siano pubblici.

Settanta milioni di euro sono tutt’altro che briciole, soprattutto in tempi di vacche magre sul fronte di investimenti da parte degli enti locali. E bene ha fatto chi ha chiesto negli scorsi giorni maggiore controllo sulle modalità di aggiudicazione dei lavori da parte della Fondazione modenese. Ma allo stato, la richiesta è destinata a cadere nel vuoto. Perché, come detto, il tema non è normato e la vigilanza non può che essere interna, gestita cioè dagli stessi affidatari delle commesse.

Esiste, introdotta nell’ultimo dei passaggi di riforma delle Fondazioni bancarie inaugurato da Amato nel 1990, un blandissimo controllo di legittimità attribuito al Ministero dell’economia e delle finanze, che ogni anno invia al Parlamento una relazione sulle attività svolte dalle fondazioni nell’anno precedente, con riferimento, tra l’altro, agli interventi finalizzati a promuovere lo sviluppo economico-sociale nei territori locali in cui operano le medesime. Nulla di più.

E dunque fino a quanto il legislatore non colmerà un evidente vuoto normativo, continueremo a vedere fondazioni bancarie gestite da un gruppo limitato di notabili, cooptati da politica e poteri forti locali; con la conseguenza di vedere alimentata ad oltranza quella “rete fittissima di clientelismo a monte e a valle delle fondazioni, per ingraziarsi il potere politico, acquisire consenso, e distribuire prebende” a cui Luigi Zingales fece riferimento in un duro j’accuse un paio d’anni fa.

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