Ho una malattia. La consapevolezza e il fatto di condividerla con alcune centinaia di milioni di persone nel pianeta non mi rasserena granché.

Sono un tifoso, con tutti i sintomi: deficit di concentrazione nella vita reale, scarsa lucidità e capacità di analisi, sbalzi di umore e tendenza alla depressione. 

C’è un’aggravante. Io non tengo alla squadra della mia città, nemmeno del mio paese. E per quanto segua con passione il calcio, il mio sport preferito di solito passa in tv assieme ai titoli di coda.

Io tifo San Antonio. Sarò didascalico: gli Spurs sono una delle trenta squadre che compongono il campionato di basket americano. Frequentano la National Basketball Association dagli anni ’70, ma solo da poco il loro è un nome che conta. Nonostante sia bella, debba il suo nome a un noto uomo di chiesa naturalizzato veneto e ospiti uno dei luoghi sacri della mitologia a stelle e strisce come Fort Alamo, San Antonio non è la città con più appeal che ci sia. Anche perché sta in Texas, che nell’immaginario europeo è un posto sporco e poco educato. Mica come Los Angeles, New York o per lo meno Boston.

Qui nel 1989 sbarcò David Robinson e qualcosa nel corso della storia iniziò a mutare. Era un giocatore atipico, per molti aspetti insopportabile. Non veniva dal ghetto, come molti dei suoi colleghi, lo chiamavano Ammiraglio perché era un vero ufficiale della marina. Non smaniava dalla voglia di scendere sul parquet, ma quando lo faceva mortificava tutti con una classe infinita spalmata su 216 centimetri. 

Il 17 febbraio del 1994 nella partita contro i Detroit Pistons collezionò 34 punti, 10 rimbalzi, 10 assist, 10 stoppate. Io avevo dieci anni, ero alto 80 centimetri di meno e i miei genitori mi regalarono una sua maglietta: non ho mai capito perché le grandi passioni nascano così di frequente da un indumento. 

Un anno dopo Robinson si ruppe e San Antonio, pescò bene dal complicato (e geniale) meccanismo del draft Nba. Arrivò un altro lungo atipico e clamorosamente forte: il caraibico Tim Duncan. In due anni, nel 1999, gli Spurs vinsero il titolo, tornato a disposizione dei terrestri dopo l’addio di Michael Jordan.

In panchina sedeva (e siede) Gregg Popovich, tecnicamente un principiante. Veniva da una famiglia slava ed era alla prima vera esperienza in panchina. E’ un burbero e un genio. In conferenza stampa ha due mood: o tace o fa crepare dal ridere. 

I miei Spurs, quelli che l’età mi ha consentito di godere a pieno, arrivarono dopo. Pop era sempre in panchina, Duncan sempre spalle a canestro, ma ora lo affiancavano due giocatori cresciuti cestisticamente in Europa. Tony Parker fu rubato al 28esimo posto nella lotteria dei debuttanti del 2001. Veniva dalla Francia e aveva due fiamme dentro come i boiler: con la prima diventerà un mostro della palla a spicchi, con la seconda sposerà Eva Longoria e combinerà guai nei letti di mezzo Texas. L’anno dopo è il turno di Manu Ginobili, argentino dal fisico di vittima di bullismo che aveva fatto impazzire i tifosi di Reggio Calabria e Bologna. Dal 2003 al 2007 gli Spurs vinsero altri tre titoli, un anno sì e uno no, e entrarono nella storia.

Poi più nulla: continuavano a giocare bene, per lunghi tratti della stagione insegnavano la pallacanestro a tutti, ma non arrivavano mai fino in fondo. Sono vecchi, si diceva, le ginocchia scricchiolano.

Era iniziata l’era di Kobe Bryant, poi quella di Lebron James, chissà se mai inizierà quella di Kevin Durant. Il basket ora campa di isolamenti, giochi a due e atletismo, i ruoli storici si sono modificati. Non è per forza un male, è diverso.

Gli Spurs, incuranti, continuano a opporre i fondamentali di Duncan, che tira al tabellone come insegnano al minibasket e il collettivo. Popovich fa ruotare tutti, ogni anno cambia gli interpreti e trasforma mediocri tiratori o centri semoventi in perfetti ingranaggi del suo meccanismo. I vecchietti mutano il loro modo di stare in campo e non perdono mai di efficacia. Giocano meno minuti e li giocano meglio.

Lo scorso anno dopo una stagione perfetta gli Spurs tornarono in finale contro i Miami Heat. Praticamente il bene contro il male: da una parte l’orchestra texana, dall’altra i muscoli e la prepotenza di Lebron James (giocatore di un altro pianeta, sia chiaro).

Gli Speroni fecero subito lo sgarbo di vincere gara 1 in Florida e dopo cinque partite erano sul 3 a 2. Un’altra vittoria e sarebbe stato il quinto titolo. Io passavo la notte davanti al pc, il giorno dopo a lavoro ero uno straccio. Arrivai a contestare e detestare il concetto di fuso orario. Il 18 giugno successe quello che non sarebbe dovuto succedere. San Antonio era avanti di 5 a pochi secondi dalla fine, buttò via due occasioni e subì la beffa più atroce. Ray Allen, quello del film He got game di Spike Lee, segnò la tripla che portò la partita ai supplementari dove ovviamente Miami vinse. Cosa che si ripeté due giorni dopo per il 4-3 finale e l’anello di campioni. Sarebbe bastato, con ogni probabilità commettere un fallo a pochi secondi dalla fine per evitare il tiro da tre punti e il pareggio. Un fallo sistematico. A chi gli chiese perché non avesse ordinato ai suoi di commetterlo, Popovich rispose che è una pratica solo europea. Io stimo, caro coach. Ma a parte che quanto dici non è vero, chi ti dà il diritto, per una presunta morale di cui nessuno sentiva l’esigenza, di procurarmi un simile dolore?

Io a Milano soffrivo, nessuno a San Antonio fece una piega. “Ci riproveremo l’anno prossimo e vinceremo” dissee Tim Duncan, 37 anni. Nastro che corre: gli Spurs giocano una stagione ancora più perfetta e tornano in finale, questa volta con il fattore campo a favore. 

Ci siamo. Questa notte va in scena il primo atto delle Finals Nba 2014, di nuovo San Antonio contro Miami. Quest’anno in campo ci sarà anche il bolognese Marco Belinelli. Un motivo in più per regalarmi nuove notti in bianco, un motivo in più per tifare Spurs.

P.s: Ho dovuto combattere la mia scaramanzia per scrivere questo post e non sono certo di avere fatto bene. In ogni caso prometto che oltre a essere la prima sarà anche l’ultima volta, almeno fino ai 60 anni, che scrivo qualcosa in prima persona.