Bisogna avere tanta rabbia per poter contenere quella del popolo”

L’affermazione di Lech Wałęsa rivolgendosi a Oriana Fallaci fa parte dell’intervista che il regista Andrej Wajda ha riportato fedelmente sul copione del suo nuovo film, al cinema dal 6 giugno, ‘Wałęsa – L’uomo della speranza’. Nella modesta casa a Danzica del grande sindacalista polacco questa frase tuona per forza quanto per controversia. Ma in senso di costruttività, visto che il futuro presidente della Polonia, di lì a poco, a causa della nuova legge marziale, sarebbe stato internato dal regime filosovietico per un anno. Con la bella conseguenza, però, di essere invitato in Norvegia, a due anni dalla sua liberazione, per ritirare il Premio Nobel per la Pace assegnatogli nell’83.

Una forza decisa e non violenta al servizio dei suoi colleghi operai e dei lavoratori della Polonia. Una lotta lunga e pericolosa, un’onda che montando dagli scioperi degli anni ’70, negli ’80 sfociò in Solidarność (in italiano “solidarietà”), il gruppo politico che avrebbe ispirato in seguito tante altre battaglie aziendali e lotte di classe in mezza Europa e non solo. È questo periodo quello che racconta il film. Non la caduta di un muro ma l’attivismo clandestino, la paura per i cari, le difficoltà di un paese e la voglia di risorgere nel nome della libertà. Robert Wieckiewicz è un Wałęsa possente con le folle e la polizia e affettuoso intorno al focolare, in un’interpretazione fatta studio delle posture, nei piccoli gesti e cesellamenti su ogni dettaglio dell’ex presidente da lasciare di stucco. Tutto vive sul filo teso tra l’impegno politico e la famiglia mai lasciata sola. Il rapporto di stretta complicità, e non solo di coppia, viene a galla in momenti di sospensione come le scene di anello nuziale e orologio lasciati sul tavolo di casa prima delle manifestazoni, con l’esortazione alla moglie Danuta di venderli per tirare su i sei figli, nel caso non fosse più tornato. E Agnieszka Grochowska è madre e angelo di quel focolare alla base poi della cultura polacca, insieme alla già sentita cristianità, ulteriormente rinforzata dall’elezione di Papa Wojtyła.

La ricostruzione di Danzica è tanto fedele da sembrare un balzo nel tempo. Nel suo ventre grigio Wajda si muove spesso tra ironia e commozione con sua la trionfale regia. Il cineasta Premio Oscar, Leone e Orso d’Oro alla Carriera mostra molti lati solari del presidente operaio (quello vero) nella scrittura non facile di una biografia monumentale come quella di Wałęsa. E l’idea di farla girare intorno all’intervista con una delle giornaliste più importanti dell’epoca (e non soltanto di quella) costituisce una punteggiatura interessante quanto avvincente per lo sviluppo narrativo, al tempo stesso intrisa di significato. «Il film si rivolge a tutti» ha commentato Wajda «ma mi piacerebbe attirare specialmente i giovani, perché credo che Lech Wałęsa sia un buon esempio per convincerli a partecipare attivamente alla nostra vita politica». E in effetti la pellicola non è soltanto un biopic da non perdere, ma anche una lezione di libertà e coraggio.

Nella parte di Oriana Fallaci è una Maria Rosaria Omaggio perfetta nell’energia del suo personaggio. L’intervista dell’81 è un meraviglioso scambio di staffilate tra due caratteri determinati e inflessibili. A Wałęsa e Fallaci si aggiunge la mano del maestro del cinema polacco a schiudere i flashback in un montaggio senza fronzoli, ritmato da una colonna sonora di musicisti polacchi. In testa Bogdan Łyszkiewicz con Kocham Wolność (in italiano Amo la Libertà).

I due uomini e la donna che hanno fatto moltissimo nei loro rispettivi campi non rappresentano semplicemente politica, cinema e giornalismo, e questo il film lo presenta e lo cela al tempo stesso. Wałęsa ha vinto il comunismo proiettando la Polonia nella modernità e contribuendo non poco alla caduta del Muro di Berlino. Fallaci incarnava il suo mestiere con rigore, passione e immensa utilità civile. Un esempio che forse dovrebbe tornare più spesso a fare scuola. Mentre Wajda è il regista attento alla vita sociale del suo paese con la direzione di grandi film che hanno raccontato la Polonia più di quelli di Ken Loach la Gran Bretagna o quelli di Godard e Truffault la Francia. Registi senz’altro da noi più popolari mentre sono preziose cinematografiche schegge d’Europa anche La Settimana Santa, Zemsta, con Roman Polanski peraltro, o Uomo di marmo, piuttosto che il più recente Katyn