Per i magistrati non ci sono dubbi: intorno al suo sistema corruttivo, il Consorzio Venezia Nuova, nato per la costruzione del Mose e presieduto da Giovanni Mazzacurati, aveva messo in piedi anche un sistema di protezione dalle indagini della magistratura. Centinaia di migliaia di euro pagati a funzionari dello Stato per avere informazioni riservate su verifiche e intercettazioni dei telefoni controllati.

Due, da questo punto di vista, sono le figure che emergono dalle indagini. Una è quella del generale in pensione della Guardia di finanza, Emilio Spaziante, ora agli arresti con l’accusa di corruzione e rivelazione e utilizzazione di segreti di ufficio. Nel 2010, all’epoca dei fatti contestati, Spaziante era comandante per l’Italia centrale. Secondo la ricostruzione fatta dagli inquirenti e le dichiarazioni rese agli investigatori dallo stesso Mazzacurati (arrestato a luglio 2013) e da Piergiorgio Baita (ex ad del gruppo Mantovani arrestato nel marzo 2013) l’alto ufficiale avrebbe ricevuto 500mila euro in due tranche per passare informazioni al Cnv.

In una prima occasione le informazioni riguardavano una verifica fiscale effettuata da parte delle fiamme gialle di Venezia l’11 giugno 2010. Secondo l’accusa, Spaziante quello stesso giorno – appena ricevuta la segnalazione da parte di Roberto Meneguzzo, il finanziere vicentino che, insieme all’ex collaboratore del ministro Tremonti, Marco Milanese, fa da intermediario con Mazzacurati – parte da Roma per Venezia al fine di acquisire dai suoi colleghi veneziani, ignari di quale fosse il vero obiettivo della missione, informazioni riservate da girare il giorno stesso agli interessati. I contatti tra Spaziante e il gruppo di Mazzacurati sono però almeno due. Il 2 dicembre 2010 infatti, secondo l’accusa, il generale passa altre informazioni e il giorno 3 dicembre, intercettato al telefono, Mazzacurati si lamenta di avere saputo di essere stato intercettato per mesi e mesi.

C’è poi una seconda figura: il vicequestore aggiunto di Bologna, Giovanni Preziosa. La sua cattura, nel settembre 2013, rimane uno dei punti più clamorosi di queste indagini. Preziosa – che tuttavia non è indagato in questo procedimento che sta sconvolgendo Venezia – era infatti finito agli arresti nell’ambito di uno dei filoni collaterali della mega-inchiesta sulla tangentopoli veneziana.

Nel settembre 2013 Preziosa – notissimo in città per essere stato assessore alla sicurezza (il primo del genere in Italia) ai tempi della giunta Guazzaloca – era stato infatti portato dalla Guardia di Finanza di Venezia nel carcere di Verona con le accuse di corruzione, peculato, accesso abusivo al sistema informatico e rivelazione di segreti d’ufficio nell’ambito dell’inchiesta sul gruppo Mantovani, il colosso padovano delle costruzioni impegnato all’interno del consorzio Cnv nei lavori del Mose.

Secondo la Guardia di Finanza e i pm Stefano Buccini e Stefano Ancilotto, Preziosa avrebbe intascato almeno 162mila euro per delle informazioni ottenute grazie a degli accessi abusivi nei sistemi informatici dello Stato, al fine di carpire notizie su eventuali indagini a carico del gruppo Mantovani. Gli inquirenti veneti arrivarono a Preziosa attraverso alcune intercettazioni telefoniche e grazie alle confessioni di Mirco Voltazza, un imprenditore di Padova legato indirettamente all’ex amministratore delegato della Mantovani, Piergiorgio Baita. Quest’ultimo – come detto – assieme, tra gli altri, alla ex segretaria di Galan ai tempi della presidenza della regione Veneto, era stato arrestato nel marzo 2013 per associazione per delinquere finalizzata all’evasione delle imposte mediante emissione e utilizzo di fatture false.

Lo scorso 14 aprile 2014 Giovanni Preziosa, che tuttavia ha sempre respinto e smontato le accuse contro di lui, ha patteggiato una pena a un anno e 6 mesi (pena sospesa) ed è tornato in libertà, dopo avere passato gli ultimi mesi ai domiciliari. Il collegio del tribunale di Venezia ha accolto l’istanza di patteggiamento dei legali di Preziosa, gli avvocati Alessandro Pellegrini e Renato Alberini, per le accuse di corruzione e accesso abusivo a sistema informatico, per cui era stato arrestato. Rimangono ancora in attesa di giudizio invece i reati di peculato d’uso e rivelazione di segreti d’ufficio, che non riguardavano il giudizio immediato. Anche su questi la difesa dell’ex poliziotto intende chiedere un altro patteggiamento, in continuazione, su cui già ci sarebbe una intesa con i pm