“Fai l’uomo!”, quante volte, nella vita di noi maschi, ce lo siamo sentito dire? E quante volte siamo stati noi a pronunciare queste parole? Di solito, l’intento di questa espressione è quella di esortare ad un comportamento più virile, o meglio, più adeguato a quelli che sono i canoni della virilità riconosciuti, non di rado, è implicito, quando non esplicito, un tentativo consapevole di offendere o una dichiarazione di disprezzo. Se ti esorto a fare l’uomo è perché ritengo che tu uomo non lo sia o che, come tale, non ti stia comportando. Chi riceve una simile espressione viene ferito nell’amor proprio, se ne può vergognare o si può arrabbiare. E’ indubbiamente una frase carica di significato sociale e che va dritta a stuzzicare l’immaginario comune e la propria intimità. Se non faccio l’uomo, non lo sono e allora cosa sono? Perdo me stesso. La mia identità la difendo con le unghie e con i denti, anche con aggressività. Se una donna vuole colpire e provocare un uomo, queste tre parole possono bastare ad assestare un bel colpo. D’altronde anche gli uomini tra di loro non se ne risparmiano certo l’utilizzo.

Sono tante le provocazioni alle quali non si reagisce o si lasciano cadere, durante litigi o scontri, ma “Fai l’uomo!” o “Non sei un vero uomo!” hanno la via privilegiata per far cedere alla rabbia con tutto quello che ne può conseguire (anche arrivare allo scontro fisico o alla sopraffazione fisica, se si sa di essere più forti, tentando di ristabilire la propria dignità con la violenza).

Al contrario l’espressione “Fai la donna!” è molto meno “quotata”, è relativamente meno carica di senso di identità ferito ed è più raro che un uomo dica ad una donna che tale non è. Se lo fa, vi è sottinteso un aspetto leggermente diverso, legato al ruolo subalterno che ci si aspetta che la donna debba tenere e che dovrebbe assecondare, ma anche qui il tutto sembra maggiormente legato a stereotipi maschili. Tra donne dubito si lancino accuse di questo tipo, almeno non mi è mai capitato di assistervi.

Su questo aspetto, l’altro sesso sembra essere più libero di appartenere al proprio genere, senza venire disconfermato dal suo modo di comportarsi. Forse significa anche che ha un senso di identità e di appartenenza più saldo del nostro, non si deve dimostrare di essere donne, ma paradossalmente di essere/valere come gli uomini, cosa ben diversa.

C’è differenza tra essere e modo di comportarsi, va compresa e sottolineata. Essere uomini o donne non ci qualifica, ma semplicemente ci identifica, come utilizzeremo l’essere tali lo decideremo noi (non ne faccio un discorso esclusivamente legato al genere). Un lessico carico di queste valenze sociali veicola solo stereotipi ben camuffati.

Le parole sono importanti perché, dietro al loro utilizzo, c’è  il parto della nostra cultura, dei nostri costrutti mentali, conoscerne la gestazione significa darci possibilità di educarle e farle crescere in modo funzionale. Ho reale possibilità di scelta, se acquisisco consapevolezza, questo mi porta al cambiamento.

Non sono più o meno uomo se piango o trattengo le lacrime, non sono più o meno uomo se porto lo stipendio più alto a casa o quello più basso, non sono più o meno uomo se mi va di abbracciare un altro uomo e lo faccio oppure mi trattengo, non sono più o meno uomo se, nello spogliatoio in palestra, parlo di come vanno trattate le donne e quali regole seguire oppure getto loro il mio rancore per storie finite come non vorrei fossero andate a finire, non sono più o meno uomo se passo io la maggior parte del tempo con i figli, anziché la mia compagna, ma queste mie scelte mi caratterizzeranno e saranno espressione della qualità della mia vita.