franco_puriniIn seguito agli ultimi post sull’abilitazione scientifica nazionale, Franco Purini – architetto e teorico dell’architettura, eletto Accademico Corrispondente dall’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze per i meriti conseguiti nell’ambito della sua attività professionale e teorica, docente presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia e dal 2003  presso la Facoltà di Architettura della Sapienza di Roma – mi invia un suo contributo che ritengo possa offrire al dibattito un interessante strumento di analisi.

Un problema di valutazione

Nel corso degli ultimi anni il sapere proprio dell’area compositivo-progettuale è stato fortemente eroso. L’urbanistica, la tecnologia, l’architettura del paesaggio, la rappresentazione, la storia dell’architettura si sono progressivamente appropriate di sezioni consistenti del campo tematico prima appartenente alla progettazione architettonica. Ciò in base alla crescente frammentazione specialistica che ha interessato l’intero arco delle discipline, che nella loro quasi totalità hanno preteso uno statuto conoscitivo e operativo separato all’interno di una visione dei saperi di natura competitivo-performante. Per quanto riguarda l’architettura questo orientamento si è tradotto nel declino dell’idea che l’architettura stessa sia qualcosa di unitario articolato in componenti diverse e, parallelamente, nell’emergere della convinzione sempre più diffusa che l’architettura consista in un arcipelago di discipline indipendenti, per di più in concorrenza tra di loro. Chi scrive intende chiarire subito che in questa diagnosi non c’è alcun risentimento corporativo, ma soltanto la presa d’atto di una trasformazione, non priva di significative conseguenze, di un sapere che non è stato ancora sostituito da un altro, ma solo svuotato di senso e di contenuto. Va però almeno riconosciuto che se è impossibile negare gli specialismi è doveroso risalire da questi a uno sguardo generale. Molti anni fa si discendeva, per così dire, dal generale al particolare. Oggi questo percorso si è rovesciato. Sarebbe comunque del tutto improprio pensare che il raggiungimento di una visione complessiva e unitaria dell’architettura sia ormai un obiettivo obsoleto.

La progettazione architettonica è un processo conoscitivo e creativo nel quale i vari elementi che concorrono a dare vita a una modificazione del mondo fisico ai fini dell’abitare pervengono a una sintesi. In tale processo una serie di conoscenze scientificamente organizzate, messe in tensione positiva con quello che viene considerato da ciascun progettista il ruolo sociale, politico e culturale dell’architetto, si integrano e interagiscono con modalità formative di natura artistica. In altre parole una parte del processo si basa su procedure analitiche riguardanti dati oggettivi derivati dalla realtà, mentre l’altra fa ricorso sia alla capacità di immaginazione, sia all’attitudine a legittimare la presenza e il ruolo del caso. C’è anche da chiarire un ulteriore aspetto, ovvero che la parte conoscitiva del processo progettuale non è meccanicamente propedeutica alla parte artistica. Essa viene infatti del tutto riassunta alla fine del processo stesso nelle scelte formali. Scelte – e non regole – che sono intrinsecamente congetturali. Per questo esse non sono, almeno in gran parte, pertinenti al solo piano logico ma più propriamente a quello di una relazione complessa e spesso imprevedibile tra le componenti della progettazione.

La dualità descritta, che rende ibrida la progettazione architettonica, ha come importante conseguenza il fatto che la valutazione degli esiti costruttivi, dei progetti in sé, delle teorie relative a questa disciplina, della sua storia e della critica dei risultati che essa ottiene dovrebbe essere effettuata a partire da paradigmi che tengano conto di questa condizione bipolare. Non appare lecito, né produttivo, esprimere opinioni sulla progettazione architettonica separando il versante oggettivo da quello ipotetico e tentativo. Privilegiando i contenuti oggettivi della progettazione architettonica si finisce infatti con il trascurare gli ambiti autonomi  dell’architettura, in quanto la si concepisce come una meccanica trascrizione dei suoi rapporti con la realtà esterna. All’inverso, evidenziando solo gli esiti formali della progettazione architettonica, la si può ridurre esclusivamente a una pratica artistica, intesa questa in senso tanto generico quanto totalizzante.

La scientificità della valutazione degli esiti progettuali e saggistici ottenuti in questo campo si può probabilmente fondare proprio sulla sintesi di queste due realtà. Una sintesi che è parallela a quella che si effettua nella prassi del progetto. Nei giudizi espressi dalla commissione del recente concorso abilitante è quasi impossibile trovare, tranne che nelle note di uno solo dei membri, argomentazioni dotate della consequenzialità argomentativa e della capacità di interpretare prospetticamente un itinerario di ricerca nelle sue implicazioni future. Questa mancanza di congruenza scientifica è la prova più attendibile che l’esame dei titoli presentati dai candidati non è stato completo, appropriato, indenne da pregiudizi. Come avrebbe dovuto essere.

Un’ultima breve riflessione laterale, che spero non sia inutile. L’architettura nasce dalla realtà e incide su di essa per trasformarla. Perché ciò avvenga occorre però che l’architetto non si limiti a essere realista, come molti vorrebbero, ma si confronti con il mondo esterno da un punto di vista tendenzioso, che comporti una distanza critica da ciò al cui interno si agisce. Solo in questo modo la progettazione architettonica non è un mero derivato di quanto esiste, ma il modo di prendere posizione rispetto alla realtà, e al contempo di cambiarla. Anche la presenza o l’assenza di questo a priori, che è teorico e insieme poetico, avrebbe dovuto avere un peso nella valutazione concorsuale da poco conclusa. Al di là delle giuste critiche che essa ha provocato, questo discusso esito dovrebbe costituire l’occasione per un esteso e approfondito ragionamento sulla premessa a queste note.

di Franco Purini