Chi è il poliziotto corrotto descritto ne “La Collina”? Lo sbirro al soldo di Riccardo Mannoni, il padre fondatore della comunità di recupero di tossicodipendenti raccontata nel romanzo? Ho letto il libro di Andrea Delogu e Andrea Cedrola. L’ho acquistato pochi giorni dopo la sua uscita in libreria. L’ho tenuto sul comodino di fianco al letto come faccio solitamente quando rimango ammaliato dai titoli e dalla copertina dei libri degli autori che preferisco e che acquisto ancor prima di aver terminato il romanzo che sto leggendo. Provo piacere sapendo che, conclusa la lettura di un libro che mi ha tenuto incollato fino all’ultima pagina, mi aspettano altre letture.

Collina-Muccioli-libro“La Collina” era in cima alla pila dei miei libri. Ero molto curioso di leggere la storia ispirata alla comunità di San Patrignano. Primo perché sono un riminese e la comunità sorge su una collina dell’entroterra della mia provincia; secondo perché di Vincenzo Muccioli, della sua comunità di recupero, e delle sue vicende giudiziarie, ne avevo sentito parlare quando ancora ero un bambino che frequentava la scuola elementare. “La Collina” è un romanzo. Lo hanno ribadito spesso i due autori alle presentazioni tenute nelle librerie di mezza Italia, ma è anche vero che, licenze a parte, tante persone si sono riconosciute nei protagonisti del libro. Ed in fondo è anche un romanzo autobiografico, molto crudo, di Andrea Delogu.

Andrea visse da bambina a “Sanpa” insieme ai suoi genitori che si dovevano disintossicare dall’eroina. Il padre per anni fu l’autista e il confidente di Vincenzo Muccioli. Possiamo dire con certezza che Andrea è stata testimone di ciò che accadeva all’interno della comunità, ma il libro è anche il racconto romanzato di altre tante testimonianze degli ex ospiti della comunità di recupero che i due autori hanno raccolto in questi ultimi quattro anni. Vincenzo Muccioli lo fece arrestare negli anni ’80 l’ex Pm Roberto Sapio (magistrato e scrittore riminese che conosco e che stimo) che ne chiese e ne ottenne il rinvio a giudizio. Lo chiamarono il “processo delle catene”. Il Pm Sapio venne additato dai sostenitori della Comunità come colui che si era accanito ingiustamente contro Muccioli. E’ la prima vicenda giudiziaria che coinvolse il fondatore di San Patrignano e divise l’opinione pubblica. Perché se è vero che Muccioli era accusato di incatenare nelle porcilaie in mezzo agli escrementi i ragazzi in preda a crisi di astinenza e quelli che si ribellavano alle regole ferree della sua comunità, c’era chi riteneva che quei metodi fossero comunque inevitabili.

Finito di leggere “La Collina” ho cercato su internet gli articoli di archivio che riguardavano il caso “Maranzano”, giovane “ospite” in cura presso la comunità di San Patrignano per problemi di droga, ucciso brutalmente a calci e pugni da Alfio Russo e altri due responsabili del servizio d’ordine interno alla Comunità. Per quei fatti, il 14 novembre del 1994, Vincenzo Muccioli venne condannato in primo grado per il reato di favoreggiamento. Non ci fu tempo per il processo d’appello perché Muccioli morì nel settembre del 1995. Il caso “Muccioli” non divise solo l’opinione pubblica ma anche la stampa e il mondo delle spettacolo: Red Ronnie, che si è sempre dichiarato un grande amico di Muccioli, in un suo recente articolo, ha parlato di “ondate” di violenza nei confronti del fondatore di San Patrignano definendo il “processo delle catene” come il processo delle due chiese: l’una comunista e l’altra cattolica e ha anche scritto che l’omicidio di Roberto Maranzano è avvenuto all’interno di una “cellula impazzita” della Comunità.

È il caso di ricordare che inizialmente, per le reticenze di Muccioli (disse di aver taciuto per il bene di San Patrignano) e dei soggetti direttamente coinvolti nell’omicidio, l’indagine sulla morte di Maranzano fu sul punto di essere archiviata. E poi la giustificazione di sempre: c’è tanta gente che grazie a Muccioli si è salvata. Come se tutto questo da solo bastasse a spazzare via i sospetti e giustificare i metodi correttivi utilizzati. Sul Corriere della Sera il giornalista Francesco Merlo riportò un passaggio significativo dell’esame a cui il pubblico ministero Roberto Sapio sottopose Muccioli durante il “processo delle catene”: “E va bene con la teoria dello schiaffo come simbolo della liberazione dalla schiavitù della droga. Ma la merda, signor Muccioli, le coperte sudice, il freddo, le percosse, che cosa stavano a simboleggiare?”.