Nove meno un quarto di domenica mattina. Caffè Rosati, piazza del Popolo, Roma. È una meravigliosa giornata, tersa e fresca, ancora poche persone in giro. Un caffè, la prima lettura dei giornali. Entra un sorriso candido, è il ministro Maria Elena Boschi. Giacca blu, panta rossi, ballerine blu ai piedi. È con un amico, giovane anch’egli, faccia perbene, quasi timida. Intorno, con aria protettiva, due “contrafforti” umani vigilano discretamente sulla sicurezza del ministro. Già, ma quale sicurezza poi, qui siamo tutti sereni e tranquilli.

La colazione del ministro dura una decina di minuti, nei quali dispensa qualche sorriso gentile alle persone che la riconoscono. Poi si allontana con l’amico e i due uomini della scorta, tagliano a piedi piazza del Popolo. Dall’altra parte c’è una macchina (blu). Un uomo della scorta le apre gentilmente la porta posteriore, lei entra, poi la macchina va. Non escludo che la scelta di non farsi depositare esattamente davanti al bar, ma a un centinaio di metri, sia voluta, per evitare la solita immagine del ministro che si fa scarrozzare.

Ma al termine di un episodio in fondo banale, mi prende comunque la malinconia. È domenica, il giorno lieto della settimana, il momento in cui tutti saremmo anche un po’ più eguali, “maschi, femmine e cantanti”, e mi chiedo: che bisogno c’è di utilizzare le strutture dello stato per fare una colazione con un amico a piazza del Popolo? Non è più carino, più attento, “mischiarsi” a tutti noi, regalarci l’impressione che questo governo, sul piano delle sensibilità, sia finalmente diverso dagli altri? Naturalmente, chiederò scusa al ministro nel caso in cui, non conosciute al momento, esistessero condizioni di sicurezza imposta per cui non potersi sottrarre a una scorta neppure per un cappuccino a piazza del Popolo. Ma ripeto, a dispetto della bonomia e della gentilezza di un ministro come Maria Elena Boschi, la scena di questa mattina mi ha messo un pizzico di malinconia in più.

Uscendo dal bar, il cameriere di Rosati con il quale scambiavo una chiacchiera sull’argomento, mi fa: «A dotto’, mica stamo in Svezia qua».

Già e dove “stamo” allora?