Il Giro d’Italia del 2014 è finito, evviva il Giro, infinito romanzo popolare del Belpaese! L’ultimo chilometro di questa edizione tormentata da cadute e maltempo esala le ultime furiose pedalate tra le 17 e 05 e le 17 e 07, quando il gruppo scatena la volata e va vincere lo sloveno Luka Mezgec, e sembra quasi fatto apposta, un trionfo di prestigio come è sempre l’ultimo sprint di ogni grande corsa a tappe ma soprattutto una vittoria politicamente corretta perché per decenni i rapporti tra sloveni e triestini sono stati problematici, in questa lingua di terra italiana esaltata da irredentismo e patriottismo e ogni volta che il giro ha fatto tappa da queste parti, c’è arrivato con tanta italianità addosso. Boris Pahor, il grande scrittore ultracentenario, avrà pianto lacrime di gioia, il gruppo è passato sotto il balcone di casa sua…

Penso alla sgroppata solitaria e patriottica del leggendario Costante Girardengo, nel 1919: era il 23 maggio, il Giro affrontava un’Italia segnata duramente dalla Grande Guerra (650mila morti, un milione e mezzo di feriti ed invalidi): la Gazzetta dello Sport trasforma quel Giro in evento non nazionalista ma unitario, perché lo sport delle due ruote era il più amato dalla gente, e la vita doveva ricominciare, fu infatti il primo Giro dopo il terribile conflitto. Sono molti i corridori reduci, e anche questo fu vissuto dagli appassionati e dalle folle che accompagnarono la corsa come un segno denso di significati: a loro le case ciclistiche fornirono gratis le biciclette. Si erano battuti sul fronte ed erano sopravvissuti all’inferno delle trincee. Cominciava a seminare morte la pandemia della “spagnola”, la maledetta influenza che fece più vittime della guerra. L’Omino di Novi, come era chiamato Girardengo, l’aveva presa, ed era riuscito a cavarsela con una spossante convalescenza.

Le strade del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia erano ancora impraticabili, i fondi terribili; il Tagliamento venne superato a piedi, per fortuna il letto era quasi del tutto prosciugato. Le prime due tappe, simbolicamente, raggiunsero Trento e Trieste, le città “irredente”. Girardengo vestiva il tricolore. Vinse a Trento. Stravinse a Trieste, con tre minuti e mezzo su Alfonso Calzolari, che aveva vinto l’ultimo Giro prima della guerra, quello del 1914. Fu accolto, il campione d’Italia, “dall’entusiasmo prorompente della città redenta”, come scrissero i cronisti estasiati. Trieste pullulava di soldati, hanno il compito di controllare e presidiare i nuovi confini. C’è la questione di Fiume, e tra i giornalisti presenti c’è un certo Benito Mussolini che telegrafa al “Popolo d’Italia” che “l’Italia è avviata a più alti destini”.

Anche Girardengo. Domina il Giro, vince sette tappe su dieci. Il suo mito si consolida giorno dopo giorno. Sarà il primo Campionissimo del nostro ciclismo. Il popolo lo considera un miracolato terapeutico, è uscito dalla spagnola degenerata in una polmonite ben curata “da avergli messo in sesto tutto l’organismo, spostandogli il cuore, lasciandogli un cuore grosso così, ma non nel senso ipertrofico, bensì nel senso… di averne più degli altri”. Lo ricordano Roberto Calvetti e Giovanni Casella, autori di un saggio sul Giro d’Italia in Friuli-Venezia Giulia.

E’ che oggi il Giro ha avuto una cornice molto Viva l’Italia, in un tripudio di celebrazioni. Per il sessantesimo anniversario dell’ingresso in città delle forze armate italiane, l’Esercito ha fatto sfilare tre pattuglie di bersaglieri in bicicletta con la colonna sonora della fanfara dell’11esimo reggimento Bersaglieri di Orcenico. La prima pattuglia indossava le uniformi della Grande Guerra, la seconda quelle dell’Ottavo reggimento che nel 1954 fece il suo ingresso a Trieste, la terza ha voluto ricordare il maresciallo Carlo Regina (classe 1913) che nel secondo dopoguerra precedeva la carovana rosa del Giro della Ricostruzione in sella alla “carriola”, la bici storica a rocchetto fisso. Regina sfoggiava un bel fez.

Già, il 1946. L’Italia delle macerie. Quelle materiali. Quelle morali. La dodicesima tappa, domenica 30 giugno, parte da Rovigo. Dovrebbe arrivare a Trieste. Una sfida politica. Trieste è contesa da Jugoslavia e Italia. Il via è dato all’alba, alle sei del mattino. In testa al gruppo, non a caso, ci sono gli uomini della Wilier Triestina. Dopo il ponte sull’Isonzo, l’agguato tra Begliano e Pieris. Chiodi, massi sulla strada. Sassate contro i corridori. Qualcuno spara, la polizia risponde. I sabotatori sono giovani comunisti italiani. Per loro, il Giro è propaganda contro Tito, che appoggiano. La tappa è neutralizzata. Ma Giordano Cottur, triestino, incita i “girini” ad arrivare lo stesso a Trieste. Lo seguono in sedici: l’udinese Feruglio, Bevilacqua, Menon, Malabrocca, Moscardini, Ausenda, Sala, Amadori, Coppini, Crippa, Fazio, Generati, Giacometti, Marabelli, Pasquini e Piccolroaz. Cottur taglia il traguardo. E’ un trionfo.

Lo ricordo perché sui corridori che accompagnavano la maglia rosa Nairo Quintana hanno volato le Frecce Tricolori, nella bellissima piazza dell’Unità hanno eseguito un’accorato Inno di Mameli e l’immancabile “Vincerò” cantato da Pavarotti. Un enorme piroscafo da crociera attraccato al molo pochi metri oltre il traguardo ha suonato la sirena. Tra gli ospiti, il ministro dello Sport colombiano Andrès Botero, parente dello scultore, venuto a festeggiare come altre centinaia di immigrati colombiani, il giovane “Condor”, il primo del suo paese a conquistare il Giro: “In questo momento – mi dice il ministro che parla italiano molto bene – il nostro premier è nel villaggio di Quintana, vuole partecipare alla fiesta di quel pueblo. E’ un grande giorno per il nostro Paese, per l’America Latina. Siamo orgogliosi dell’impresa di Nairo. Lo sa che in ogni angolo della Colombia si vende la maglietta rosa del Giro d’Italia? Persino ai semafori…”. Tutti i tredici colombiani iscritti al Giro l’hanno terminato. Uno l’ha vinto. Un altro, Rigoberto Uran Uran, è arrivato secondo. Sebastian Henao Gomez, appena vent’anni, l’ha concluso al ventiduesimo posto: “E’ il nostro futuro”, commenta il ministro Botero, “un grande ciclo di campioni”. Juliàn Arredondo Moreno ha vinto la classifica del Gran Premio della Montagna.