Il consenso è il discrimine tra un’idea giusta e una sbagliata? Il voto redistribuisce in maniera proporzionale il valore intrinseco delle diverse visioni politiche? Ascoltando le dichiarazioni e i dibattiti del dopo elezioni sembrerebbe di sì. Il 40 per cento è diventato un enorme scudo che i renziani della prima, della seconda e della terza ora sollevano contro ogni critica.

Il ragionamento è abbastanza semplice. Se hai superato la soglia del 40 per cento e nessun altro è andato oltre il 20 hai ricevuto la prova che le tue idee siano giuste. In generale ciò implicherebbe che la correttezza delle proposte (politiche, economiche, sociali) di un soggetto politico sia direttamente proporzionale alla differenza percentuale che tiene distanti tutti gli altri. Questo modo di ragionare porta però a una pericolosa sovrapposizione di tre concetti che dal punto di vista logico non devono necessariamente coincidere: legittimità, forza e giustezza.

Un partito o una sua corrente che stravince le elezioni è legittimato a portare avanti le sue proposte e le sue riforme, e ha la forza per poterlo fare. Ma da ciò non si può automaticamente inferire che queste proposte e queste riforme siano giuste. Il Partito Democratico e il suo leader hanno tutto il diritto, anzi a questo punto direi quasi il dovere, di mettere in atto il proprio programma politico. Non possono però utilizzare l’argomento del 40 per cento per dimostrare che questo programma sia l’unico ad avere valore da un punto di vista sostanziale. É sbagliato pensare che un grande consenso sia destinato di fatto a soffocare il pluralismo delle idee. Perché le idee sono frutto di un processo di elaborazione soggettivo dei dati empirici esterni che dovrebbe essere sensibile solo in minima parte alle percentuali di voto.

Mi spiego meglio. Se prima delle elezioni credevi che l’unica strada per uscire dalla crisi fosse l’applicazione di ricette economiche keynesiane non è possibile che dal 26 maggio ti sia convinto che Renzi è “l’uomo giusto al posto giusto”. É su per giù quello che è accaduto all’ex responsabile economico del Pd, On. Stefano Fassina. In un’intervista pubblicata dopo il voto europeo da Repubblica l’intervistatore ha ricordato a Fassina che fino a poco tempo fa definiva Renzi “il portaborse di Pistelli che ripete a pappagallo le ricette della destra”. Ora invece il premier è diventato “l’uomo giusto al posto giusto”. Ovviamente ciò non significa che Fassina abbia cambiato idea dalla sera alla mattina, né tantomeno che il suo sia il tentativo di salire sul famoso carro del vincitore. Questo lo dice chiaramente lui stesso: “non salgo su nessun carro del vincitore, non voglio poltrone, e ragiono con la mia testa”. E infatti è così, perché aggiunge: “continuo, ad esempio, a pensare che puntare a consolidare il 40 per cento con la Terza via di Blair vorrebbe dire andare a sbattere”.    

La contraddizione è proprio qui. Se l’On. Fassina aveva e continua ad avere idee economiche diverse da quelle di Renzi perché lo definisce “l’uomo giusto al posto giusto”? Perché è un leader carismatico che prende tantissimi voti e porta il centrosinistra a una vittoria storica? Se così fosse significherebbe che il consenso rende un’idea più o meno giusta. Ma ciò porterebbe a una sorta di relativismo elettorale estremo che finirebbe con il tempo per spazzare via ogni minoranza. E oltretutto se adottassimo questo principio dovremmo anche riconoscere che Silvio Berlusconi sia stato l’uomo giusto al posto giusto per circa venti anni.

Un esempio simile è quello dell’On. Gianni Cuperlo. Nella lettera con cui quattro mesi fa rassegnava le sue dimissioni da Presidente del Pd scriveva: “Mi dimetto perché sono colpito e allarmato da una concezione del partito e del confronto al suo interno che non può piegare verso l’omologazione, di linguaggio e pensiero. Mi dimetto perché voglio bene al Pd e voglio impegnarmi a rafforzare al suo interno idee e valori di quella sinistra ripensata senza la quale questo partito semplicemente cesserebbe di essere”. Subito dopo la vittoria schiacciante alle europee Cuperlo dichiara: “L’onestà intellettuale ci fa dire che il merito di questo successo va in primis alla leadership di Matteo Renzi, che è stata riconosciuta come elemento di rottura e novità”. Dell’allarmante concezione del partito e del confronto interno, piegato verso l’omologazione, non c’è più traccia.

Sembra che la minoranza di sinistra interna alla sinistra, sconfitta in termini numerici, stia pagando un tributo concettuale a Renzi. Perfino Sel, nelle parole dell’On. Gennaro Migliore, auspica ora un riavvicinamento al Pd.

Ma se le minoranze seguono i voti della maggioranza cosa resta del pluralismo? L’obiettivo di un politico deve essere la vittoria elettorale anche al costo del compromesso? O la fedeltà alle idee che crede giuste? E se un politico si accorge che in un determinato contesto storico e sociale le sue proposte non potranno mai essere accettate dalla maggioranza deve cambiare queste proposte o deve avere il coraggio di restare minoranza?