L’era renziana si è ufficialmente aperta la sera del 25 maggio e, di converso, si è chiusa quella berlusconiana. L’Italia cambia volto e registro e “il campione d’Europa”, come lo definisce Le Monde si appresta a realizzare il compito per cui è “venuto al mondo”: stabilizzare il quadro politico, offrire una rappresentanza ai “moderati” vogliosi, allo stesso tempo, di una modernizzazione del Paese, rappresentare l’establishment. Il voto a Renzi esprime la voglia di rassicurazione per ampi settori che non ne possono più dell’incertezza e dell’instabilità e che assegnano al premier il compito di offrire loro una qualche risposta.

Si tratta di un voto liquido e mobile, che oggi è arrivato e domani se ne può andare come Renzi ha capito chiaramente. In ogni caso, è un voto complicato, denso di variabili, la sua liquidità esprime anche la sua complessità. Meglio maneggiarlo con cura. In quel “ceto medio”, ad esempio, c’è gran parte del mondo del lavoro dipendente, come ha scoperto amaramente la Cgil. Un’analisi rapida dei risultati mostra un Pd che, ad esempio, si riprende il voto operaio, che sfonda a Piombino, dove Grillo lo aveva additato come “peste rossa”, nei quartieri torinesi, a Pomigliano d’Arco, a Pordenone. Questo elettorato ha votato Renzi perché in cerca di risposte – i pensionati si chiedono se gli 80 euro arriveranno prima o poi anche a loro – cerca una qualche via d’uscita alla crisi. Tutto questo non va confuso con la natura del renzismo ma nemmeno va sottovalutato o sbeffeggiato.

Il paragone storico con la miglior Dc è ormai in uso da giorni e, per quanto suggestivo (si pensi alle analogie tra Renzi e Fanfani) non rende ragione del cambiamento. Il Pd è un nuovo partito moderato e moderno che riesce a succhiare un po’ di berlusconismo al Cavaliere, un po’ di anti-casta a Beppe Grillo, un po’ di europeismo a Giorgio Napolitano e un pizzico di modernità alle icone del pensiero tecnocratico alla Steve Jobs.

In realtà, è esattamente quello che doveva essere nelle idee di Veltroni o nei sogni di Prodi. Quello che ha messo in moto Achille Occhetto con lo scioglimento del Pci. Un grande contenitore interclassista tenuto insieme da una visione europeista, moderna, rassicurante, stabilizzatrice. Renzi ci ha messo quel tocco di giovinezza “rottamatoria” che serviva per frenare l’avanzata di Grillo, visto come il vero sovvertitore, riuscendoci. Ma ce l’ha fatta, qui una prima complicazione, anche perché ha promesso di contestare le rigidità europee imponendo la discussione sull’ammorbidimento delle regole del Fiscal Compact. Non lo ha contestato ma probabilmente cercherà di renderlo più digeribile. Un partito di governo che però si muove, incarna anche il bisogno di cambiare.
Renzi è, in pieno stile “democratico”, quello che strizza l’occhio ai Riva e a Marcegaglia, quello che precarizza il mercato del lavoro (Dl Poletti), che premia personalità mediocri ma che, allo stesso tempo, attrae una fetta consistente del mondo progressista, dei giovani, dei precari. Non batte l’astensionismo che resta la grande espressione politica di queste elezioni, ma ne diviene l’unico antidoto. Bisogna fargli opposizione (politica e giornalistica) capendo meglio che tipo di opposizione serve.

Il risultato dimostra che le polemiche e gli argomenti scelti da chi lo ha contrastato duramente possono essere controproducenti. Sbeffeggiare gli 80 euro, ad esempio, è consentito solo a chi non ne ha bisogno. Così come i tentativi di riformare Senato e legge elettorale restano più ideologici e passatisti che di merito. Sull’Europa, poi, si va a spanne e di fronte al magma reazionario degli euro-populisti rischia di avere la meglio la visione pseudo-riformatrice di Renzi.

La vera domanda da farsi, invece, è: di quanti margini economici dispone il renzismo? Quante possibilità di redistribuzione del reddito esistono per i governi europei? E, quindi, quante possibilità di riformare le regole europee? A occhio, nessuna. Su questo piano, gli annunci rischiano di essere accompagnati dal nulla e le promesse di essere aria fritta. Il piano su cui cimentarsi è questo. L’Europa ha bisogno di essere rivoltata e la “cura Tsipras” ha il grave difetto di non essere stata percepita se non in Grecia. Le idee di “un’altra Europa” sembrano giustapposizioni di progetti e idee maturate nel tempo senza una forte sintesi politica. “Altra Europa” per cosa, dove, come? L’idea che tutto si risolva in un “piano del lavoro” europeo, con una rispolverata keynesiana, è debole. Facilmente superabile dagli attuali gestori della Ue, Mario Draghi in testa.

Grillo, dal canto suo, ha perso non solo perché ha sbagliato campagna elettorale e strategie politiche ma per un problema finora non risolto: l’assenza di una proposta politica chiara, un modello di società da proporre, una formula di governo. Per questo l’alleanza con l’Ukip di Farage gli si rivolta contro: perché esprime, più delle parole d’ordine del Movimento, il profilo dei Cinque stelle. I quali, nonostante la sconfitta, restano il secondo partito, hanno quasi sei milioni di voti e un serbatoio di credibilità ancora resistente. Ma per non avvitarsi su se stessi, rischio evidente, devono mettere a punto una svolta politica in direzione della fruibilità del loro dibattito, della chiarezza degli obiettivi e della proposta politica complessiva.

Le cose non vanno meglio dalle parti della sinistra più radicale che, apparentemente, ha migliorato le proprie postazioni passando da 35 a 45 eurodeputati nel Parlamento europeo ma fondamentalmente in virtù dell’effetto Tsipras. È lui che consente il balzo in Grecia ed è in suo nome che la sinistra italiana ritorna a Strasburgo con 3 eletti. Il resto dei partiti europei che compongono il Gue-Ngl, invece, restano per lo più al palo. In Francia il Front de Gauche, dopo aver fatto alleanze con Hollande ovunque alle recenti amministrative, ne è uscito malconcio. In Germania, la Linke è ferma agli stessi risultati nonostante l’evidente crisi della Spd mentre in Spagna, Izquierda Unida, pur avanzando notevolmente ha dovuto scontare la grande sorpresa di Podemos che le ha tolto lo slancio per ricontrattare il rapporto con il Psoe. In Portogallo, i comunisti ortodossi superano di più del doppio i movimentisti del Bloco mentre in Italia la lista Tsipras non ha risolto nessun problema. Il milione e centomila voti conquistati sono meno di quanto ottenuto dalla Sinistra arcobaleno nel 2008, il punto più basso della sinistra radicale. La campagna elettorale non ha creato nessuna dinamica, i movimenti che si sono impegnati hanno visto all’opera i partiti tradizionali nella classica guerra delle preferenze e, non casualmente, Sel, il settore più importante, ripropone l’annosa questione del rapporto organico con il Pd e la socialdemocrazia. La stessa idea di una “convenzione della sinistra” viene riproposta per l’ennesima volta dopo venti anni anche da coloro che ci hanno già provato.

Tutto questo, al momento, non fa un’opposizione. Non la fa il sindacato, che si interroga seriamente sul proprio ruolo, non la fa la sinistra, e, nel caos del dopo-voto, al momento non la fa nemmeno il M5S. E invece, alla “narrazione” renziana servirebbe un contraltare uguale e contrario, un messaggio di rinnovamento e di modernizzazione della politica che intraprenda la strada delle scelte radicali a partire dalla “disobbedienza” ai trattati europei e alla richiesta di misure drastiche per creare lavoro. 
Renzi va sfidato prendendolo più seriamente di quanto oggi accade e opponendogli un progetto di respiro. Limitarsi a deriderlo non serve a nulla. Anzi, è controproducente.