La tassazione delle rendite finanziarie aumenta. Ma non per tutti allo stesso modo. E il rischio è che a farne le spese siano solo i piccoli risparmiatori. Nell’attuale versione il decreto Irpef avvantaggia, infatti, banche, assicurazioni e più in generale i grandi patrimoni con un’aliquota finale che si attesterà al 21,5% contro il 26% cui saranno sottoposte le rendite degli investitori più piccoli.

Ma come è possibile una simile differenza? Il segreto è nelle maglie del decreto, per il quale è stato già presentato un emendamento con la finalità di ristabilire l’equità fiscale fra grandi e piccoli investitori. Nel testo di legge è prevista infatti una differenza fra “partecipazioni qualificate”, ovvero pacchetti di titoli superiori al 2% in società quotate o al 20% in aziende non presenti in Borsa, e “partecipazioni non qualificate”, cioè piccoli investimenti.

Questa distinzione fa in modo che per cento euro investiti da un piccolo risparmiatore sia applicata in maniera secca l’aliquota del 26%, mentre per i grandi investitori gli stessi cento euro seguano un iter di tassazione diverso. I proventi saranno tassati all’aliquota marginale del 49,72% che è la parte dei dividendi che concorre alla formazione del reddito personale e verrà poi utilizzata l’aliquota Irpef (la massima è al 43%) con il risultato che la tassazione finale sarà del 21,5 per cento.

Non solo. Oltre alle differenti aliquote per tipologia di investitore, nel decreto c’è anche un altro punto dolente: il tema della “disparità di trattamento tra i redditi di capitali erogati dai titoli pubblici con aliquota al 12,5% e i redditi derivanti da titoli di debito emesso da privati (..) che sono tassati al 26,00%”, come rileva il consulente finanziario, Andrea Marchi, in una lettera indirizzata al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e al ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. La misura è evidentemente finalizzata ad incentivare l’investimento in titoli di Stato, ma il rischio è che a farne le spese sia il settore privato, che recentemente è stato costretto a ricorrere al mercato delle obbligazioni per via della restrizione del credito bancario. Una partita particolarmente delicata per un governo che punta alla ripresa dell’economia reale.