Nel gennaio del 2013 l’Italia venne condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del Consiglio d’Europa con una sentenza storica e memorabile. I fatti della ormai nota sentenza Torreggiani riguardavano alcuni detenuti fatti vivere in celle sovraffollate e malsane senza poter uscire da quei luoghi per molte ore al giorno. La sentenza era memorabile e storica per due ragioni.

La prima è che l’Italia veniva condannata per aver violato un articolo centrale della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, uno dei pochi articoli inderogabili dell’intera Convenzione che tiene assieme 47 Paesi europei, un articolo che in nessuna situazione e sotto alcuna emergenza può mai essere scavalcato dagli Stati firmatari: l’articolo 3, quello che vieta la tortura e le pene o i trattamenti inumani o degradanti. Era già accaduto nell’estate del 2009 e la Corte di Strasburgo si mostra colpita dal fatto che nel frattempo alcuna misura sia stata presa per evitare che di nuovo un’infrazione cosi grave potesse compiersi. I giudici europei si ritrovano dunque a dover nuovamente condannare il nostro Paese, una delle democrazie occidentali culla del diritto e della democrazia, per una violazione gravissima che ci porta addosso gli occhi del mondo intero e di tutti gli organismi internazionali sui diritti umani.

La seconda ragione che fa della sentenza Torreggiani una sentenza storica e memorabile è il fatto che la Corte Europea sceglie di fare di essa una sentenza pilota. Di cosa si tratta? È una procedura da non molti anni introdotta dal Consiglio d’Europa secondo la quale, qualora molti ricorsi simili l’uno all’altro pendessero di fronte ai giudici di Strasburgo, una volta ricevuta la prima condanna essi possono venir congelati per un certo periodo di tempo in attesa che lo Stato condannato prenda misure adeguate a risolvere il problema, evidentemente non episodico, bensì di sistema.

Il governo Monti fece ricorso contro la sentenza pilota Torreggiani. Aveva solide convinzioni di essere nel giusto e di non gestire carceri sovraffollate e dalle condizioni di vita drammatiche? Tutt’altro. Voleva guadagnare qualche giorno di tempo in più. Il ricorso fu respinto e la sentenza divenne defivitiva nel maggio del 2013. La Corte aveva dato all’Italia un anno di tempo. Questo anno scadeva due giorni fa, il 28 maggio scorso.

Come sono oggi le carceri italiane? Meglio di un anno fa, non c’è dubbio. Grazie a una serie di norme di buon senso introdotte di recente, il numero dei detenuti è sceso e scenderà ulteriormente (vista anche la recente sentenza della Cassazione sulle droghe). La vita interna, grazie a una commissione ministeriale che in questi mesi ha lavorato molto bene, è oggi più aperta e piena di contenuti. Si tratta di riforme che, da un lato, hanno una loro ratio e, dall’altro, sono destinate a durare.

Nelle prossime ore sapremo cosa dirà di noi il Consiglio d’Europa. Intanto mi sento di fare queste valutazioni: 1. l’occasione va utilizzata per porsi nuovamente – dopo il 1930, anno che ha dato vita al codice penale che ancora utilizziamo – le domande “chi punire?” e “come punire?”. Le riforme normative che hanno visto la luce sono state iniziative, pur tutte meritevoli, che hanno aggiustato numeri di qua e di là con una gomitata da un lato e una gomitata dall’altro. Ora si tratta di rivedere l’intero impianto punitivo; 2. un anno fa c’erano detenuti che vivevano in meno di tre metri quadri (limite considerato invalicabile dalla Corte). Oggi la situazione è migliorata. Ma la questione dello spazio va reinterpretata ragionando sulla qualità della vita dentro; 3. in carcere si continua a condurre una vita difficile. I problemi sono tanti, primo tra tutti quello dell’assistenza sanitaria. In carcere si muore di malattie per le quali all’esterno ci si cura senza neanche troppa difficoltà. Finite le condanne per il sovraffollamento cominceranno quelle per la mala gestione della sanità che è di competenza delle Regioni. Quanti morti vogliamo prima di affrontare il tema con la fretta che necessita? 4. il primo modo per dimostrare di voler tutelare chi è nella pubblica custodia è quello di perseguire con fermezza i pubblici ufficiali che dolosamente maltrattano i detenuti. Il segnale nella giusta direzione è approvare immediatamente la legge per introdurre il reato di tortura nell’ordinamento italiano – che incredibilmente ancora ne è privo – già votata dal Senato e oggi pendente alla Camera dei Deputati.

Tutto questo sarà più facile da realizzare se accompagnati dallo sguardo europeo. Ciò che oggi ci rassicura rispetto al passato è che a via Arenula si usi un linguaggio civile e aperto. Ciò che ci preoccupa è  il rischio sempre presente che in un batter d’occhio si possa ritornare nella palude.