Cronaca di una giornata papale
Il Papa snobba il ricevimento all’Istituto Pontificio di Gerusalemme e preferisce andare alla mensa “povera” del convento San Salvatore dei Francescani. Lo avevano preparato con cura da mesi, con spirito di grandeur i Legionari di Cristo (Istituto religioso maschile di diritto pontificio), invitati tutti i pezzi grossi di Città del Messico, i miliardari sudamericani d’indubbia fede (non solo di dogmi cristiani ma anche di quelli del ‘dollarone’) e supervip locali. Un banchetto sulla terrazza di Notre Dame, una sorta di Vaticano in Terra Santa, con vista su cupoloni e campanili dei luoghi sacri, fra argenti splendenti e prelibatezze di ogni tipo. Doveva seguire l’incontro privato con il premier israeliano. No, Shimon Peres non era invitato. O meglio la sua religione non glielo consente di gozzovigliare con i cristiani anche se di altissimo rango.

Finita l’udienza privata il Papa si affaccia sulla terrazza addobbata per le grandi occasioni, una impercettibile increspatura sul viso, fa pochi passi, si lascia riverire, ma l’occhio cade su quella tavola preparata con ogni bendidio (con tutto il rispetto parlando). Gli sembra un affronto ai suoi precetti di umiltà. Lui vorrebbe che la Chiesa rivivesse lo spirito di povertà di cui il Vangelo da testimonianza sopratutto nelle pagine di Matteo. Tra l’altro il fondatore dell’Ordine Marcial Degollado finì qualche anno fa sotto processo per abusi sessuali e pedofilia.

È poi ancora troppo fresca nella memoria di Papa la figuraccia che ha fatto il Vaticano il giorno della canonizzazione dei due Papi: il Cafonal della grande abbuffata apparecchiata sulla terrazza di casa sua e strombazzato sul sito Dagospia. Si scusa, dice di essere stanco e si ritira nella sua suite papale (quella da 600 euro a notte) e chiede il numero del convento dei francescani. No, non delega, chiama lui personalmente. Parla con il custode. E si autoinvita per la cena. Il custode balbetta: “Sua Santità, non siamo attrezzati per riceverla”. Risponde: “È proprio quello che voglio. Non avverta nessuno. Dica solo che c’è un ospite in più. Vengo solo, senza seguito”. E così fu.

Ecce Papa
Il Papa in Terra Santa è come lo Spirito Santo. Sai che c’è, lo invochi, ne senti la presenza, ma non lo vedi. Gerusalemme è praticamente blindata. Il rischio di attentati terroristici è altissimo ma il faccione di Papa Francesco, sorridente e accogliente sotto le scritte in arabo che campeggia ovunque, ci tranquilizza. Solo per poco, nelle stesse ore della sua visita al Cenacolo, ecco un attacco incendiario nella Abbazia della Dormizione, lì a pochi metri. Non tutti lo volevano, come certi ortodossi più estremisti, il Papa a Gerusalemme.

Mettiamo subito in chiaro che non faccio parte della delegazione “pontificia”, ma del pellegrinaggio di Mario Russo Cirillo, organizzatore di itinerari di fede dal 1990, praticamente un’Eminenza in materia. E siamo con il Papa, idealmente, spiritualmente. Lo talloniamo, lo inseguiamo, siamo in cammino con lui come i nostri padri, preghiamo con lui. Posiamo i nostri passi su i suoi passi. Vogliamo essere con lui “una sola cosa”. Ma alla fine siamo costretti ad evitarlo.

Arrivare in Terra Santa senza una guida spirituale è come andare nel Sahara senza acqua, muori di sete. Noi ne abbiamo due: il giovane e trascinante sacerdote Francesco Asti, laureato anche in Scienza della Comunicazione e il teologo biblista Don Lucio Puddu, per 30 anni direttore dell’Istituto salesiano di Nazareth. E butto nello zaino anche “E disse” di Erri De Luca, conoscitore delle Sacre Scritture: Tra un rigo e l’altro, nello spazio bianco, governa il vento. La scrittura ebraica finisce con un “vaiàal” e salì. In fondo siamo tutti spazi bianchi quando arriviamo in Terra di Dio, vuoti che aspettano di essere riempiti. E ci inerpicammo sul Monte Tabor (fine prima puntata).

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