Un paio di giorni fa un blog de “La Repubblica” ospitava un post abbastanza sugoso in cui, detto in estrema sintesi, una giornalista criticava le critiche di un’altra critica al “Premio Ubu”, premio teatrale istituito da Franco Quadri ventiquattro edizioni fa: una delle più attese, uniche, trasversali, prestigiose occasioni di festa per il teatro d’arte. Il post si intitolava: “Premi teatrali. Abbasso l’Ubu.Viva l’Ubu” e difendeva le ragioni di parzialità dei premi, di minoritarietà dei premiati e di “obliquità” dei giurati, rispetto a una scientificità irreclamabile per definizione per il campo artistico. Come dire che se di “scienza” si può parlare rispetto a questo e altri premi – e lo dice il nome stesso dell’Ubu derivato dall’opera di Alfred Jarry – sarebbe “la scienza delle soluzioni immaginarie (epi-metafisica)”.

La stessa controversa natura “patafisica” fa parte da sessanta anni del “Compasso d’oro” – istituito da Adi (Associazione per il Design Industriale), ideato da Giò Ponti e sostenuto per i primi dieci anni da Rinascente -, affetto congenitamente da una analoga spinta destinata a sorprendere, emozionare e talvolta perplimere il popolo del design. Anche il “Compasso d’oro” ha le sue regole – e non regole – che lo rendono non il migliore dei premi possibili (in fatto di scientificità, imparzialità, equità) ma il più importante e rappresentativo premio al design italiano, per ora.

Le non regole riguardano innanzitutto la giuria (che non segue una composizione prestabilita, eppure riflette in maniera abbastanza rispondente il panorama degli osservatori contemporanei del design); poi le categorie dei premi (che pur suddivisi per servizi, prodotto, design della persona, design del lavoro, etc. non chiedono un numero esatto di conferimenti per categoria); l’età dei premiati (che a parte il “premio alla carriera” e la “targa giovani”, che vanno evidentemente ai poli dell’attività professionale di maestri e studenti, mette insieme designer di tutte le età ed esperienze); e infine il numero totale dei premi da assegnare, che va da 10 a 20, a discrezione dei giurati, con l’invito però a tenersi alti perché da qui (dai premi e dalle menzioni) proviene la cassa di Adi: chi vince paga insomma (mentre gli editori e le scuole, per esempio, sono sollevati per fortuna dal pagamento) con un limite evidentemente importante per i piccoli che non si possono permettere non tanto l’iscrizione, ma a quel punto la vittoria.

Ieri sera, al cospetto dell’assessore alla cultura di Milano, della presidente uscente di Adi, di quello entrante, e di una folla di pubblico mai sufficientemente previsto e quindi mal distribuito nei posti a sedere…si è tenuta finalmente l’attesa premiazione rivolta ai progetti degli ultimi 3 anni di aziende e designer italiani (ammessi anche in duetto rispettivamente con designer o aziende straniere). L’elenco dei vincitori, lo troverete qui quando lo pubblicherà Adi. I 20 premi – una rivista, 5 lampade, un tavolo, un libro, un allestimento, una poltrona, una serie di accessori per tavola, un congelatore, una giacca sportiva, uno scarpone da sci, una moto, una macchina, una porta, un sistema di tombini, una finestra (credo), un trattore – oltre a confermare i muscoli nel design delle grandi aziende coinvolte (come Ferrari e Ducati), e decretare l’ingresso di nuovi marchi accanto a quelli storici in declino (assenti le storiche aziende di mobili e casalinghi), raccontano uno spaccato in qualche modo rivelativo del design contemporaneo e del nostro Paese, in cui tornano a essere premiati aspetti come quello della performance, della funzione, dell’ingegnerizzazione e dell’intelligenza anche tipologica. Aspetti magari non immediatamente riconoscibili con la storica e benamata tradizione del design italiano, ma evidentemente oggi ritenuti più urgenti nella risposta di design, a lungo colmata dai mobili e casalinghi della storia italiana. Dal cuore al cervello dell’Italia, insomma.

Alle emozioni per fortuna si torna in finale, coi “Compassi d’oro alla carriera”: dall’outsider campano Riccardo Dalisi al maestro della grafica Italo Lupi, da Dieter Rams (gli elettrodomestici Braun per dirne una) a Richard Sapper (già vincitore di 10 “Compasso d’oro” nel tempo per altrettante storiche icone del design italiano), da Giorgio Armani al Salone Satellite fino a… Apple (nota azienda italiana? Boh).