Il giorno dopo il vertice dei capi di Stato e di governo a Bruxelles si rimette in moto la diplomazia dei corridoi con due certezze in più: le elezioni sono archiviate e ora si può smettere di fingere che la volontà popolare conti qualcosa. Seconda certezza: tutto ruota intorno all’Italia di Matteo Renzi, il suo Pd è il gruppo più grosso dentro il gruppo parlamentare socialista S&D e il premier è l’unico leader in carica ad aver non solo arginato ma respinto gli euroscettici.

Mentre gli altri Paesi devono lavorare di diplomazia, da oggi al prossimo Consiglio europeo di fine giugno, Renzi può fare subito la sua mossa. Il commissario italiano, Antonio Tajani, con delega all’Industria, deve dimettersi subito perché eletto all’Europarlamento con Forza Italia. Lui lascia, ma la Commissione resterà in carica fino all’insediamento di quella nuova, tra novembre e inizio 2015. Renzi deve quindi indicare subito un italiano per sostituire Tajani, sapendo che chi arriva ora poi ha ottime possibilità di rimanere anche nel prossimo esecutivo comunitario, con il vantaggio di sottoporsi all’esame del Parlamento in un momento relativamente più tranquillo. A Renzi piacerebbe, come ovvio, prendersi una casella economica importante, ma è difficile visto che c’è già un italiano alla Bce, Mario Draghi, e che l’unico nome forte che il premier può spendere è Pier Carlo Padoan, che però serve al Tesoro.

A Bruxelles si parla molto di Lorenzo Bini Smaghi, economista fiorentino che è stato membro del board della Bce fino al 2011 e che ha una reputazione internazionale (ha anche insegnato ad Harvard). Ma Bini Smaghi ha rapporti gelidi con il Quirinale: tre anni fa Giorgio Napolitano si è molto irritato perché Bini Smaghi tardava a dimettersi dalla Bce per lasciare spazio a Draghi (per difendere l’autonomia della banca centrale, diceva l’economista, che era anche in corsa per fare il governatore della Banca d’Italia). Mario Monti, l’italiano piu rispettato in Europa assieme a Draghi, è uomo di un’altra stagione politica. Che fare dunque? Sottotraccia è partito un complesso gioco diplomatico con Martin Schulz: il leader dei socialisti sa di non avere chance di diventare il prossimo presidente della Commissione (i conservatori del Ppe sono arrivati primi e il favorito ora è quindi il loro candidato, Jean Claude Juncker) e quindi scatta il piano B.

Nei prossimi giorni Schulz si dimetterà da presidente dell’Europarlamento, si farà nominare capogruppo dei socialisti cosi condurrà lui le trattative con i governi nazionali sulle nomine, anche con la sua diretta rivale politica in Germania, Angela Merkel. Obiettivo (considerato raggiungibile): essere nominato commissario in quota tedesca agli Affari economici, al posto del glaciale Olli Rehn. Così Renzi e i socialisti potrebbero dimostrare ai propri elettori di aver davvero “cambiato verso” all’Europa, via i falchi dell’austerità, avanti con i tifosi dello sviluppo. Per la Merkel sarebbe uno smacco, ma potrebbe accettarlo se in cambio ottenesse quello che vuole sulla presidenza della Commissione e del Consiglio (il coordinamento dei governi).

Nell’asse con Schulz Renzi ha un altro nome da giocare: Federica Mogherini, ministro degli Esteri che Schulz conosce bene perché ha collaborato all’evoluzione del Pse in S&D, Socialisti e democratici, così da accogliere tutto il Pd. La Mogherini, molto renziana, preziosa in quanto donna in un’epoca di quote rosa, potrebbe ereditare il portafoglio all’immigrazione di Cecilia Malmström, subito o nella nuova Commissione. Con Schulz agli Affari economici, un commissario italiano gia piazzato e magari Gianni Pittella pronto a diventare presidente del Parlamento (ora è vice), magari pure con il deputato Roberto Gualtieri in una posizione di primo piano nel gruppo socialista, a Renzi resterà un’ultima partita. Quella della presidenza della Commissione: se a fine giugno i governi non avranno un nome in grado di trovare la maggioranza in Parlamento, dopo aver scartato l’ipotesi Juncker, il premier potrebbe spingere Enrico Letta. Non per compiacere l’antico avversario, ma per offrire all’Europa la soluzione di un problema complesso. Così da conquistare quello status di leader imprescindibile che solo Monti, tra gli ultimi premier italiani, è riuscito ad avere per pochi mesi, vero contropotere rispetto all’egemonia tedesca.