Un nuovo album ventitré anni dopo. “E’ stato come ricominciare dal punto esatto in cui avevamo lasciato gli strumenti”. I Pixies raccontano così il ritorno sulla scena, a pochi giorni dall’esibizione al festival Rock in Idro a Bologna (2 giugno, unica data italiana). Sono certamente tra le band alternative rock più influenti delle ultime generazioni. A loro hanno guardato giganti come i Radiohead e i Nirvana (Cobain dichiarò che senza i Pixies, “Smells like Teen Spirit” non sarebbe esistita). La band statunitense, nata a Boston nel 1986, arriva a Bologna forte dell’album appena pubblicato Indie Cindy, dodici ottime tracce, fresche e innovative. Joey Santiago, chitarrista e fondatore della band, racconta le visioni e lo stato di salute del gruppo e ci parla di Black Francis (che lui chiama col suo nome di battesimo, Charles) e di Kim Deal, l’iconica bassista uscita dolorosamente durante la prima session di registrazioni del nuovo album. Lunedì 2 Giugno la band sarà sul palco del festival “Rock in Idro” a Bologna, per l’unica data italiana. 

“Indie Cindy” ha avuto una genesi particolare. Ci può raccontare com’è andata?
Indie Cindy è la somma di tre Ep registrati in un’unica sessione e pubblicati tra settembre 2013 e marzo di quest’anno. Abbiamo deciso di pubblicare prima gli Ep e poi un Lp per sperimentare un nuovo modo di pubblicare la musica. Al pubblico è piaciuto, anzi direi che la cosa è andata proprio bene. Esperimento riuscito.

E’ stato difficile riuscire a tornare in studio dopo 23 anni?
Sì, lo è stato. Abbiamo dovuto aspettare diverso tempo prima che le canzoni che Charles stava scrivendo fossero pronte. In questo lasso di tempo gli abbiamo sempre dato fiducia. E’ stata un’impresa difficile da sostenere, ma alla fine Charles ha colpito nel segno. Una volta entrati negli studi di registrazione è cominciata la discesa; è stato improvvisamente come ricominciare dal punto esatto in cui avevamo lasciato gli strumenti l’ultima volta, come se tutto quel tempo non fosse assolutamente passato. Ci siamo rimessi a lavorare con la stessa naturalezza di allora. Certo, all’inizio ci siamo confrontati l’un l’altro sul come intendevamo la sonorità dei diversi brani: ‘Qui la batteria deve essere tirata, in questo punto il basso deve suonare in questa maniera…’; ma dopo il confronto iniziale tutto è tornato ad essere come ai vecchi tempi.

Ha ancora senso parlare di musica indie nel 2014?
Chiunque, oggi, – ma proprio chiunque – rivendica di essere indipendente con la conseguenza che tra l’essere un musicista indie ed essere Madonna non passa più tutta questa differenza. Anche le nonne di famiglia, oggi come oggi, si definiscono così. ‘Indie’ è un termine bastardizzato. Credo sia più un’attitudine che altro; sicuramente non un suono. Il sound indie non esiste, e molto probabilmente non è mai esistito. E’ più l’approccio con cui ti presenti che altro, ma questo non vuol dire sia necessariamente un male, anzi. Il punk aveva un sound riconoscibile, particolare, che era solo suo, dal quale – se facevi punk – non potevi allontanarti. L’indie, non avendo un’identità sonora ma solo d’attitudine, non ti costringe musicalmente in nessun cliché. Almeno in questo senso, sono contento che le cose siano cambiate.

Molti vi hanno conosciuto con ‘Where is my mind?’, colonna sonora del film Fight Club. Avreste preferito arrivare al grande pubblico in altro modo?
No, la cosa non c’interessa minimamente. Fight Club è un grande film, è realizzato molto bene e David Fincher è un grande regista. La prima volta che ho sentito Where is my mind? nel film sono rimasto shockato perché non sapevo proprio ci sarebbe stata. Amo il momento apocalittico in cui arriva, proprio quando tutto salta in aria. Ancora oggi, quando rivedo quella scena accompagnata dal nostro brano, sono molto felice.

Verrete a suonare al Rock in Idro di Bologna per la vostra unica data italiana, cosa ci dobbiamo aspettare?
Sicuramente non aspettatevi solo canzoni da Indie Cindy, suoneremo anche le più famose del nostro repertorio. Naturalmente dovremo suonare anche Where is my mind?; la dobbiamo sempre suonare, altrimenti la gente non viene più ai concerti.

Nell’ottobre dello scorso anno è morto Lou Reed, che influenza ha avuto un artista di quello spessore per i Pixies?
Noi siamo stati influenzati moltissimo da Lou Reed. Quando abbiamo iniziato, non tutti compravano un disco ma tutti volevano mettere su una band, e noi non facevamo eccezione. Quando però abbiamo ascoltato insieme la magnifica semplicità di Lou ci siamo detti: ‘Wow, andiamo avanti, possiamo farcela anche noi!’. Tutti la band ne è stata folgorata; Charles, in particolare, lo è stato particolarmente. Anch’io posso però dire lo stesso: certi brani di Lou mi hanno davvero cambiato; ricordo ancor la prima volta che ascoltai una sua canzone, avevo solo sette anni… mi sono innamorato all’istante.

C’è qualche nuova band che ascolta in questo periodo? Qualche artista italiano?
Ascolto molte delle cose che produce un’etichetta discografica inglese, la “Fat Cat”, e apprezzo molto i “The XX” per la semplicità dei loro arrangiamenti, quella stessa semplicità che anche noi in alcuni casi ricerchiamo. Per quanto riguarda la musica italiana a volte ascolto l’opera. Sinceramente nomi di artisti italiani contemporanei, ora come ora, non me ne vengono in mente anche se, quando li passano per radio, mi colpiscono molto.

Pensa che un giorno o l’altro Kim Deal tornerà nella band?
Più il tempo passa meno diventa probabile un suo ritorno. Detto questo, noi le daremmo comunque il bentornata. Non sappiamo quale sia la sua posizione a riguardo, non sappiamo proprio cosa stia pensando. Attualmente non abbiamo nessun tipo di contatti con lei, ma è anche vero che noi, se non stiamo lavorando insieme, non ci sentiamo mai. Abbiamo sempre fatto così anche quando eravamo ancora tutti insieme: finivamo un lavoro e ognuno tornava alla sua vita privata. Certo, magari se c’è una particolare occasione Charles mi dà un colpo di telefono, ma nulla più.

Siete stati, e siete tutt’ora, una band che ha una grande influenza sugli altri musicisti. Sentite una sorta di responsabilità?
L’unica responsabilità che sento è quella d’ispirarli, in modo che continuino a prendere in mano uno strumento per fare musica o per fondare una band. Questo, per me, è più che sufficiente.