Diradate le nebbie dell’emotività, è concesso a una voce non ostile e neppure apologetica di intervenire sulla grave battuta a vuoto del grillismo alle elezioni europee? È ascoltabile da parte dei diretti interessati chi ritiene il M5S una risorsa importante ma non un oggetto di fede?

Ci provo, anche se resta vivo il ricordo delle reazioni inconsulte del guru Grillo nei confronti di chi considerava un intruso, seppure amichevole (“Flores d’Arcais? Uno che porta sfiga”: che atteggiamento vergognoso…). Forse il tempo e l’esperienza politica ha fatto crescere certi bambini gelosi del proprio giocattolo (che nel frattempo era diventato un attore politico. Quindi, in qualche misura, un soggetto collettivo, un “bene comune”).

Tutto questo per dire che la discussione sul fronte grillesco degli accadimenti di domenica scorsa – tutta giocata tra depressione e risentimento, con qualche doloretto psicosomatico (da curarsi con il Maalox) – sconta una serie di vizi che andrebbero urgentemente curati:

1) Il vizio del negazionismo, per cui ora qualche pasdaran del Movimento vuole spiegarci (illudersi) che, rispetto al febbraio 2013, i voti persi sarebbero un milione e non tre, lambiccando sulle percentuali del non-voto. Ragionamenti sul patetico: quanto conta è solo che tre milioni di italiani l’anno scorso si erano recati alle urne per barrare il simbolo Cinquestelle e stavolta non l’hanno più fatto. Molto più serio chiedersi perché;

2) Il vizio del pancomunicazionismo, per cui si sarebbe perso a seguito di errori nella comunicazione. Tesi quasi consolatoria (“se ritariamo i toni tutto si aggiusta”) dietro la quale si cela l’imbroglio da consulenza soft per cui tutto è comunicazione (al limite, trovata verbale/gestuale). Imbroglio che nasconde una visione povera della politica, che è certo edspressione ma anche – direi soprattutto – strategia e organizzazione;

3) Il vizio del signorsì, che affligge un numero considerevole di beneficiati (in termini di posti nelle istituzioni) del parco consensi messo assieme dal duo Grillo-Casaleggio. Sicché è tale la paura di incorrere nelle reprimende dei guru (e farsi “licenziare”) che si è prodotto un grave fenomeno di conformistizzazione, con yes-men/(women) vogliosi/e solo di stare nel cerchio magico, a scapito di ogni utile contributo critico sulla linea da seguire.

Il fatto è che sono intervenuti alcune trasformazioni di contesto che depotenziano lo strumentario sino a ieri vincente del tandem G&C:

A) Matteo Renzi non offre punti di riferimento alle retoriche necrofile (zombi, cadavere, ecc.), per di più ha saputo mantenere attivo il mood propagandistico giocato sull’anti-establishment (la tematica della rottamazione mentre il carro renziano imbarcava buona parte dell’italica nomenclatura). Sicché le bordate non sono andate a bersaglio, trasformandosi in autogol.

B) La sopravvivenza in campo della Lista Tsipras di Sinistra – in cui buona parte dei reduci di mille naufragi imbarcati (“effetto lista Ingroia”), sono stati cassati dalle urne – pone problemi di interlocuzione con un soggetto ancora debole ma “statu nascenti” e che si colloca nello spazio comune dell’alternativa di sistema. Con un ulteriore codicillo conseguente: la necessità di uscire dall’ambiguità (ma che post-ideologica/post-moderna, solo furbetta/confusionista!) del non connotarsi in termini di posizionamento ideale sull’asse Destra/Sinistra. Ambiguità che per ora ha consentito di mascherare la vera cultura politica di G&C: anarchico-reazionaria.

Tutto questo per dire che quella di M5S è un’impasse eminentemente contenutistico/strategica e di crescita organizzativa. Nodi che possono andare a scioglimento solo utilizzando la cassetta degli attrezzi critici e apprendendo la difficile arte della discussione pubblica.