Parità di genere, questa sconosciuta. Almeno a Bari, dove il consiglio comunale resterà a netta prevalenza maschile. Comunque vada il ballottaggio: sia che vinca Antonio Decaro, candidato del centrosinistra e favoritissimo dopo aver sfiorato il successo già al primo turno con il 49,3% dei consensi; sia che Mimmo De Paola, uomo del centrodestra, al 35,7%, riesca a sovvertire il pronostico.

È uno degli aspetti collaterali di queste amministrative 2014. Nel capoluogo pugliese la nuova legge elettorale che prevedeva la doppia preferenza di genere è stata un fiasco clamoroso: le donne elette dovrebbero essere appena cinque. Anzi, in certi casi si è trasformata addirittura in un boomerang, generando solo confusione nell’elettorato. Tutto parte dalla legge 215/2012, scritta proprio per “promuovere il riequilibrio delle rappresentanze di genere nei Consigli e nelle Giunte degli enti locali”.

Per l’elezione nei Comuni con popolazione superiore a 15mila abitanti, la normativa prevedeva l’obbligo di rispettare nelle liste una soglia massima di due terzi di candidati per ciascun sesso; e la possibilità, al momento del voto, di esprimere una doppia preferenza, scegliendo due candidati, uno per sesso, all’interno della stessa lista. Con questi provvedimenti si sperava di pareggiare, o quantomeno avvicinare, il numero di uomini e donne eletti in Consiglio. Negli scorsi mesi c’erano state anche diverse campagne informative, per diffondere le novità apportate dalla legge. “Senza un’adeguata attività di comunicazione si rischia che i cittadini non vengano a conoscenza delle nuove possibilità”, aveva dichiarato Caterina De Simone, assessore ai Servizi demografici. E purtroppo è esattamente quello che è successo, nonostante una campagna elettorale contraddistinta dal fenomeno del “santino” di coppia, il volantino con i volti di due candidati, uno uomo e una donna.

Gli elettori sono rimasti confusi, in pochi si sono avvalsi della facoltà di votare due nomi. E chi l’ha fatto, spesso lo ha fatto male. L’imbarazzante lentezza nello spoglio per le comunali (i risultati definitivi sulle elezioni baresi sono arrivati solo a tarda notte, in enorme ritardo rispetto alle altre città italiane) è dovuto anche alle tante schede annullate o contestate per errori nell’indicazione dei candidati. Uno degli sbagli più diffusi è stato quello di interpretare la doppia preferenza come possibilità di votare due nomi di liste diverse (a volta addirittura di opposte coalizioni). Con il risultato di annullare entrambe le preferenze espresse.

E alla fine da questo gran caos sono uscite penalizzate soprattutto le donne. Dovrebbero essere solo cinque a Palazzo di Città, su un totale di 36 consiglieri. A capeggiare la pattuglia femminile, Anna Maurodinoia, ex vicepresidente della Provincia ed eletta nella Lista Schittulli, fra i candidati più votati in assoluto con oltre 1700 voti. Nel centrodestra dovrebbe farcela anche Irma Melini di Forza Italia. Mentre dal’altra parte dello schieramento Ilaria De Roberti e Maria Maugeri del Partito Democratico, e Alessandra Anaclerio di Realtà Italia. Poi solo maschi. “Non basta la doppia preferenza per sconvolgere il sistema”, spiega Magda Terrevoli, già promotrice in Regione di una legge elettorale per la parità di genere affossata dai partiti. “Non si cambia la cultura con un meccanismo elettorale, bisognerebbe affermare il valore delle donne in politica. E i partiti, al di là delle iniziative di facciata, non hanno alcuna intenzione di farlo”. Così a Bari ci si accontenta della consolazione: nel consiglio comunale uscente le donne erano appena due. 

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