Il Pd oltre il quaranta, il Movimento Cinque Stelle doppiato, la destra che si scioglie come neve sotto il sole del Nuovo. Eppure questa terza Repubblica post-berlusconiana assomiglia, per certi versi, incredibilmente alla Prima. Con un grande partito moderato solo al comando. Con una forza di opposizione, radicale, intransigente, moralmente ineccepibile, che dopo questo voto ricorda proprio, per funzione, il partito guidato da quel Berlinguer così invocato proprio a piazza San Giovanni. Perché ad oggi non ha future prospettive di governo, visto  il rifiuto  delle alleanze partitiche e l’oggettiva impossibilità di governare da soli.

I risultati elettorali ci consegnano un paese dove non esiste un partito, o un movimento, che possa davvero rappresentare per il Pd, e in generale per il paese, la possibilità di un’alternanza di governo. Una forza che incalzi il partito di Renzi ma incutendo il necessario timore di un governo di un altro colore in caso di sconfitta. Non è un caso, allora, che tutti gli esponenti Pd annuncino che le elezioni sono lontane. Un bene, forse, per la stabilità del paese, un male per la qualità della democrazia. 

Visto da quaggiù, da un cittadino che crede nel bipolarismo come il meccanismo essenziale perché un partito o un’alleanza non si corrompa, perché la democrazia funzioni, lo scenario politico che rassicura le borse appare invece, proprio da un punto di vista democratico, inquietante. Non è certo colpa di Renzi, chiaramente, ma soprattutto della sconfitta degli altri. Soprattutto del  fallimento di Berlusconi. Che a questo punto ha anche un’altra colpa: aver distrutto la destra e con essa proprio quel sistema maggioritario di cui nel 1994 era fiero sostenitore e che in parte aveva lui stesso introdotto. Aver ridotto l’Italia a un paese senza opposizione.

Di questo nessuno dovrebbe rallegrarsi, neanche lo stesso Renzi che proprio grazie alla pressione senza tregua del Movimento Cinque Stelle ha potuto in questi mesi presentarsi con un volto migliore. Se quel movimento non rappresenta più la concreta minaccia di un governo possibile, e se dalle macerie del Pdl non nascerà finalmente una destra normale come sognato da Vittorio Foa, rischiamo nuovi, lunghi anni di regime. E dopo vent’anni di Berlusconi, no, non è quello che sognavamo.