L’avvocatura è di fronte ad un bivio. Tra poco si terrà il XXXII Congresso Nazionale Forense, (Venezia, Teatro “La Fenice”, 9/11 ottobre) con il titolo “Oltre il mercato, la nuova avvocatura per la società del cambiamento”. Così vedremo se si passerà dal titolo ai fatti.

All’ultimo congresso intervenni chiedendo di (ri)partire dall’autocritica. Parola sconosciuta tra le toghe.

I preamboli non sono incoraggianti. In queste settimane si sta consumando un aspro conflitto tra l’Ordine di Roma (il più importante d’Italia) ed il Consiglio Nazionale Forense, che ha chiesto l’intervento della Procura di Roma, del Ministero della Giustizia e dell’Ordine di Perugia al cospetto di una presunta delibera illegittima ed illecita del consiglio romano. Delibera forse solo inopportuna e non giuridicamente rilevante.

Occorre osservare come il neo Ordine romano, in persona del suo presidente avv. Mauro Vaglio, si sia fortemente connotato per una politica di “rottura”: contrastando il Regolamento C.N.F. sulle specializzazioni, poi dichiarato nullo dal Tar Roma; avversando la proposta C.N.F. di riforma dell’Ordinamento professionale; denunciando la mancanza di effettiva rappresentatività del C.N.F. perché non eletto direttamente dalla base con criterio proporzionale al numero degli iscritti; intervenendo (a differenza del C.N.F) nel ricorso contro la mediazione obbligatoria, così ottenendo la sua dichiarazione di incostituzionalità dalla Corte Costituzionale; introducendo la c.d. trasparenza amministrativa col rendere pubbliche tutte le spese effettuate e al contempo contestando al C.N.F. di non aver fatto altrettanto (a fronte di 8,6 milioni di euro di costi risultanti dal consuntivo); contestando al C.N.F. (prima dell’abolizione delle tariffe forensi) che le vecchie tariffe erano rimaste ferme al 2004 nonostante le stesse avrebbero dovuto essere adeguate al costo della vita ogni due anni su iniziativa del CNF.

Nell’ultimo periodo abbiamo così assistito ad una forte contrapposizione dell’Ordine più importante, dunque dell’avvocatura istituzionale locale più forte, all’avvocatura istituzionale nazionale più importante. Una contrapposizione politica e sostanziale, tale da opporre una diversa visione dell’avvocatura.

Lo scontro ora si è spostato sul versante amministrativo e giurisdizionale (penale) e ciò può arrecare un vulnus all’intera avvocatura. Se difatti il contenzioso verte sul modus operandi e sulla linea politica da tracciare per i prossimi anni, è bene che tale conflitto si viva in seno al Congresso di Venezia. Non altrove.

Lo pretende un’avvocatura composta da 225.000 avvocati (troppi), in balia di un mercato oramai condizionato dalla lobby di Confindustria e ben ossequiata dal legislatore. Un’avvocatura che ha bisogno di recuperare prestigio, formazione, cultura, di investire in modernità, di affrontare le sfide però senza svendere la dignità e la delicatissima funzione costituzionale che ricopre.  

Un’avvocatura che dovrà necessariamente rinnovare la propria governance, fondandola su principi etici ineludibili: trasparenza, limite di mandato, divieto di conflitto di interessi, divieto di abuso (economico) del potere inerente la carica.

Ed in tale delicato percorso dovremo essere tutti protagonisti e tutti responsabili. Dagli iscritti agli Ordini, dalle associazioni all’O.U.A., dal C.N.F. a Cassa Forense.

Perché un’avvocatura migliore è necessaria per tutelare al meglio i diritti dei cittadini.

Chi si oppone legittimamente al sistema non può essere demolito per vie traverse. Al riguardo chiuderò proprio con un episodio rappresentativo. Tempo fa feci due esposti contro un avvocato per fatti che ritengo gravi e documentati. L’Ordine piemontese mi diniega l’accesso alla sua memoria difensiva, per me fondamentale. Mi vedo costretto ad impugnare il diniego. Il Tar Piemonte condanna l’Ordine alla ostensione e in camera di consiglio si costituisce l’incolpato esibendo l’archiviazione dell’Ordine, solo a lui nota e fondata su fatti errati. Nello stesso modo si comporta costui in un processo civile contro di lui, esibendo anche in tal caso una tempestiva archiviazione, nota sempre e solo a lui. L’Ordine esibisce poi la sua memoria difensiva all’ultimo giorno utile, oramai inutile per il sottoscritto.

Si noti come subito dopo l’incolpato verrà condannato dal tribunale di Torino per avere commesso l’illecito per il quale ho chiesto anche l’intervento disciplinare.

Indi presento al Ministero della Giustizia un esposto contro l’Ordine (chiedendone anche il commissariamento) per avere violato il principio che sorregge la potestà punitiva di diritto pubblico nell’interesse della collettività e per avere così esercitato il potere disciplinare esclusivamente a tutela del proprio iscritto.

Se nonché ricevo una comunicazione da parte del mio Ordine, chiamato elegantemente dall’Ordine piemontese, per il quale chiedo l’intervento ministeriale, a verificare la mia condotta disciplinare nei loro confronti!

Bizzarro questo Paese dove si confondono sempre i colpevoli con i denuncianti. Uno Stivale capovolto.