E’ una Torre di Babele l’Europa del voto. E le lingue non c’entrano. Perdono molti governi, ma non in Germania e in Italia; vincono gli euro-scettici e gli euro-critici, ma in Gran Bretagna e in Francia sono di destra, anti-Ue o anti-euro, e non vanno d’accordo fra di loro; e in Grecia sono di sinistra, vogliono cambiare l’Unione dal di dentro.

Se la Merkel sorride e Renzi ride, altrove popolari e socialisti hanno preso sonore bastonate. Ma sono ancora tentati di riproporre in Europa le ricette delle larghe intese con un mix tra rigore e crescita. A meno che i risultati non diano una scossa ai leader che hanno preso le scoppole maggiori e li spingano a cambiare strada: il socialista Hollande, il popolare Rajoy, il conservatore Cameron si leccano le ferite.

Anche per euro-scettici ed euro-critici non è una marcia trionfale. Sono il primo partito in Francia, in Gran Bretagna e, con valenze diverse, in Grecia e in Danimarca, ma arretrano in Italia e pure nell’Europa centro-orientale. E restano una galassia composita, senza la massa critica d’un gruppo grande e coeso.

Per cercare di capirci qualcosa, e soprattutto di trovare una parata, i leader dei 28 si vedranno domani sera a Bruxelles: una cena di lavoro, per valutare i risultati e cominciare a impostare, almeno, il valzer delle poltrone, partendo dal nuovo presidente della Commissione europea.

Probabilmente, non ne usciranno subito decisioni. Ma l’esito del voto colloca in pole position, come successore di Manuel Barroso, il popolare Juncker, ex premier lussemburghese ed ex presidente dell’Eurogruppo, non esattamente il nuovo che avanza. Il Ppe perde una sessantina di seggi, ma resta il gruppo più numeroso dell’Assemblea di Strasburgo, con una ventina di seggi di vantaggio sul Pse, che pure ne perde una manciata. Verdi a parte, del resto, tutte le forse tradizionali, anche liberali e conservatori, arretrano. Né consola la lievissima risalita della partecipazione popolare: questione di decimali, rispetto al 2009, ma è la prima volta dal 1979 che non si va giù.

In Italia, il Pd domina il voto europeo ad di là di ogni previsione e sfiora il 41%, meglio di sempre (e meglio di tutti nell’Unione, ad eccezione del partito al potere in Ungheria). Il Pd fa il doppio, quasi, del M5S, che supera appena il 21%. Forza Italia s’attesta sul 16,7%. Più indietro, però sopra la soglia del 4% la Lega al 6,3% e Ncd / Udc al 4,4%. ‘L’Altra Europa’, costola italiana del conglomerato Tsipras. Il leader greco della sinistra radicale, ce la fa d’un soffio. 

In attesa di vedere quali saranno le ripercussioni nazionali, emerge l’impegno di Renzi a lavorare “per un’Italia che cambi l’Europa”, a partire dalla presidenza di turno del Consiglio dell’Ue, che proprio l’Italia assumerà il 1° luglio. Oltre che gestire gli avvicendamenti ai vertici delle Istituzioni –e l’essere ora il maggiore partito socialista europeo autorizza il Pd ad ambire alla presidenza dell’Assemblea di Strasburgo-, bisogna provare a mettere la barra su occupazione e solidarietà.

Non sarà facile. Il voto tedesco non incoraggia la Merkel ad allentare il rigore. I moltissimi suffragi raccolti da xenofobi e anti-islam non sono un viatico per l’accoglienza, sul fronte dell’immigrazione. Ancora prima che i risultati fossero noti, il presidente della Bce Draghi diceva che “gli elettori si sono chiaramente allontanati … e attendono delle risposte”. Che non possono venire, sempre e solo, dalla Banca centrale europea, sulle cui decisioni, ai primi di giugno, s’accentrano già le attenzioni dell’economia e della politica.