L’imprevisto plebiscito nazionale pro Renzi, balzato fuori dall’urna elettorale europea, ha indotto all’immediata autocritica molti commentatori della mia parte (ammesso che io una parte ce l’abbia; se non quella di voler stare dalla parte della gente seria, dunque capace di autocriticarsi). Sicché – pur trovando insopportabili certe autoflagellazioni di ex cerchiobottisti pentastellari – condivido l’opinione severa di Gomez e Padellaro sui toni sovreccitati della campagna grillesca. Cui aggiungerei una deleteria (autolesionistica) esposizione dell’impresentabile Casaleggio, nell’inquietante ruolo de “la cosa venuta dallo spazio”.

Certo, il Beppe Grillo urlante e il Gianroberto Casaleggio sibilante hanno terrorizzato non poco. Ma il trionfo renziano non può essere spiegato solo con un eccesso di decibel e un difetto di icone nella comunicazione avversaria.

La personale impressione – che sottopongo al vaglio dei miei quattro interlocutori di blog – è che i risultati di cui discutiamo siano “in maschera”: ossia, di significato apparente, non reale.

Mi spiego: a livello europeo si è registrato un consistente avanzamento del voto anti-establishment che ha egualmente penalizzato Popolari e Socialdemocratici, vissuti come un conglomerato colluso di imprenditori politici interessati esclusivamente al mantenimento delle proprie posizioni di potere; a livello italiano – stando all’interpretazione corrente – il voto di domenica avrebbe premiato il centrosinistra, nel suo nuovo look anti-ideologico. E qui sta l’equivoco (a personale giudizio dello scrivente): non ha vinto il Pd, ha vinto Renzi. Cioè colui che è balzato sulla scena nazionale come portabandiera della rottamazione, che da premier ha proseguito in tale retorica facendo a cartellate con manager pubblici, statali e vertici sindacali.

Abili bersagli polemici, mentre il presunto “angelo vendicatore” imbarcava sul suo carro interi spezzoni della vecchia classe dirigente politica, giornalistica e imprenditoriale; la combriccola di furboni consapevole che grazie al gattopardismo frenetico del giovanotto furbacchione era possibile rinsaldare l’antica presa del privilegio sull’intera società.

Dunque, assistiamo al successo del tradizionale trasformismo italico, che introietta nel suo presunto novismo anche altre – non propriamente gloriose – attitudini del genius loci. Tipo la riproposizione in chiave di conquista del consenso del modello “Dama della San Vincenzo”: l’apprezzamento da parte di un Paese intimamente plebeo per la regalia da parte del potente di turno; si tratti del pacco contenente zucchero e pasta offerto dalla nobildonna benefattrice, la scarpa dal candidato sindaco di Napoli Achille Lauro o l’obolo di ottanta euro.

Il trasformista benefattore vince perché l’intima natura del restyling renziano ancora non è venuta completamente alla luce. E anche perché presenta un profilo sfuggente che le invettive di Grillo e le frasi smozzicate di Casaleggio sono inadatte a intercettare criticamente. Perché la cultura politica e la memoria storica di questi tempi sono ridotte a ben poca cosa. Tanto da far risultare sorprendente e originale un tipo che ripropone ricette blairiane vent’anni dopo l’originale; da far sembrare “di sinistra” (socialdemocratica) pratiche puramente mimetiche e blandizie paternalistiche. A effettivo vantaggio di un establishment che si camuffa da anti-establishment; secondo la migliore ricetta americana, da Clinton a Obama.

Quanto durerà l’incantamento? Certo più a lungo del necessario. Sempre che non entri in gioco l’analisi e il suo ruolo demistificante.

Per cui, passato lo stupore per l’effetto imprevisto, più che le autocritiche ora occorreranno letture attente e meno emotive del fenomeno Renzi.

Anche per strappare la maschera dietro la quale il plebiscitato cela la sua vera natura di spregiudicato manovratore con chiare tendenze pompieristico-clericali: a cominciare dalla forte vocazione privatistica di matrice cattolica. Non certo le ricette a misura di un Paese che continua a precipitare in una crisi strutturale.