“Questa volta è diverso”. Lo slogan che il Parlamento europeo ha scelto per le elezioni 2014 si vede ovunque a Bruxelles, così come il tentativo di presentare questo voto come il primo davvero politico e democratico per l’Unione. Il presidente della Commissione europea dovrà essere scelto “tenendo conto del risultato delle elezioni”, lo dice il trattato di Lisbona che viene applicato per la prima volta, e non soltanto imposto dall’alto dal Consiglio (cioè dai capi di Stato e di governo).

L’emiciclo parlamentare soffuso di luci blu è stato adattato a sala stampa per consentire ai giornalisti dei 28 Paesi di seguire da centro dell’azione i risultati elettorali, con i candidati a commentare gli exit poll, mentre la cittadinanza dovrebbe partecipare ad attività europeiste nella piazza Luxemburg davanti al palazzo intitolato ad Altiero Spinelli.

Prima che cominci il diluvio di dati e percentuali, è utile chiarire in che condizioni arriva l’Europa politica a questa notte, la sua prima vera “election night” (complicata dalla scelta italiana di chiudere i seggi alle 23).

Primo dato: solo una minoranza di elettori conosce i candidati alla Commissione. Secondo Ipsos, solo il 40 per cento degli europei sa chi è Martin Schulz (il candidato dei socialisti), il 39 per cento chi è Jean Claude Juncker, idem per José Bové (che corre con i verdi, agricoltore francese no global), il 37 per cento per Guy Verhofstadt e il 32 per cento Ska Keller (la candidata verde) o Alexis Tsipras (sinistra).

In un’analisi pubblicata per il Ceps (Center for European Policy Research), Sonia Piedrafita e Anne Lauenroth spiegano perché la personalizzazione della campagna elettorale non ha funzionato del tutto, cioè perché ancora una volta i cittadini hanno l’impressione di votare per un’entità astratta e in una elezione minore, invece che per i propri rappresentati per la scelta di un governo europeo.

In tutti i Paesi i partiti hanno impostato la campagna elettorale in chiave nazionale, parlando di temi domestici. Soltanto in Germania la polarizzazione è stata sul livello europeo: un po’ perché Angela Merkel è quella che comanda davvero a Bruxelles, ma anche perché Martin Schulz è uno dei dirigenti più importanti della Spd (i socialdemocratici tedeschi che governano in grande coalizione con la Cdu della Merkel) e perché Jean Claude Juncker parla tedesco ed è stato scelto come candidato del Ppe su forte pressione proprio della Merkel. Che in realtà lo vorrebbe al Consiglio, cioè a guidare il coordinamento dei governi nazionali, e non alla Commissione.

In Francia, invece, il partito conservatore Ump sostiene Jucnker ma lo ha completamente oscurato nella comunicazione perché avrebbe voluto al suo posto il francese Michel Barnier. In Italia Silvio Berlusconi ha oscillato, un po’ sostiene Juncker (che non lo ama affatto) un po’ attacca Angela Merkel, in una cacofonia di messaggi.

La competizione è stata viziata anche da altre due debolezze: i programmi delle principali forze politiche (socialisti, popolari e liberali dell’Alde) sono praticamente uguali. Un po’ meno austerità e un po’ più di crescita ma senza stravolgimenti. E questo è dovuto al fatto che, salvo ribaltoni dell’ultimo secondo, sia Schulz che Juncker sanno che non c’è alternativa alla grande coalizione Ppe-Pse (che in realtà ora si chiama S&D), incassando circa 200 deputati a testa su 751 totali. Contenuti così impalpabili hanno legittimato i partiti a dare sempre più un’impronta nazionale alla campagna elettorale, in ogni Paesi anno scelto gli argomenti più rilevanti per l’agenda domestica. Solo in Germania si è discusso di un tema davvero europeo e molto concreto come il trattato di libero scambio Ttip tra Ue e Stati Uniti che dovrebbe essere approvato nel 2015 (in Italia vi hanno fatto cenno sia il M5s che Matteo Renzi, ma senza farne un punto rilevante del messaggio).

I Paesi con rapporti più preoccupati dalla Russia autoritaria di Vladimir Putin – dalla Bulgaria alla Finalandia a Polonia, Romania e ovviamente Germania – hanno discusso di sicurezza energetica, mentre in Francia e Gran Bretagna il tema cruciale era l’immigrazione. L’Italia, come sempre fuori sincrono, invece che occuparsi di energia e immigrazione, come sarebbe legittimo visto che è alla frontiera del Mediterraneo e ha legami strettissimi con Putin, ha perso tempo a parlare dell’uscita dall’euro, tema considerato così remoto da risultare irrilevante a Bruxelles.

Si è creato, insomma, uno strano intreccio tra livello nazionale ed europeo: più le istituzioni di Bruxelles cercano di avvicinarsi alla politica locale, più il voto rischia di avere ripercussioni nazionali invece che europee. In base al risultato delle urne potrebbe rompersi la grande coalizione che sostiene il governo di Antonin Samaras in Grecia (i socialisti del Pasok minacciano di sfilarsi), Marine Le Pen minaccia di chiedere lo scioglimento del Parlamento francese se arriva davanti a Francois Hollande e al suo Ps, una vittoria di Martin Schulz potrebbe indebolire la grande coalizione tedesca, il sorpasso di Beppe Grillo sul Pd di Matteo Renzi farebbe vacillare il governo e la leadership del premier, idem in Gran Bretagna, sarebbero guai se Nigel Farage col suo partito xenofobo Ukip dovesse strabordare.

L’ “europeizzazione” della politica e della democrazia quindi finora sembra riuscita a metà. Ma il giudizio va sospeso almeno fino a martedì, quando a Bruxelles si riuniranno i capi di Stato e di governo per indicare il nome del presidente della Commissione. Lo votano loro, con una maggioranza qualificata dei due terzi (dunque non all’unanimità, la Germania potrebbe essere messa in minoranza) e poi lo sottopongono al Parlamento. Che non deve più soltanto ratificare la nomina, ma eleggerlo, differenza giuridicamente sottile ma politicamente importante. Se il Consiglio dovesse indicare al Parlamento un presidente della Commissione diverso dai cinque candidati si andrebbe a uno scontro istituzionale senza precedenti.

Perché sarebbe come dire: abbiamo scherzato, la politica europea non esiste, decidono tutto i governi nazionali e, nello specifico, quelli più forti. Cioè la Germania.