Prima tappa alpina di questo Giro d’Italia 2014. Dopo l’elegia del Carpegna e la Romagna di Lugo, eccoci al primo canto della Pantanide, amarcord di un campione controverso ma amatissimo che morì dieci anni fa, l’alba di san Valentino del 2004, in condizioni di disperata solitudine: lo trovarono cadavere in una stanza di un modesto residence, a Rimini, ucciso da un eccesso di sostanze stupefacenti, per molti un’overdose “presunta”. Segnalo il libro di Marco Pastonesi Pantani era un dio, pubblicato dalla casa editrice 66th and 2nd nella collana Vite inattese. Dunque, il menu della quattordicesima tappa che si spera possa diventare epica: tracciato non lungo ma impegnativo (164 chilometri) con tre salite, la prima all’Alpe Noveis (m.1099), la seconda a Bielmonte (m.1482), la terza, quella che consolidò il mito del Pirata, con pendenze che toccano il 13 per cento, un’arrampicata sino ai piedi del Santuario di Oropa (quota 1130).

Sono quattordici i ciclisti biellesi che nel secondo dopoguerra si sono distinti al Giro. Giancarlo Astrua fu il più noto: giunse terzo al Tour de France del 1953 e due volte quinto nella corsa rosa. Ottimo cronoman, nella sua borraccia un giorno ci confessò che ci metteva buon vino, Dolcetto o Nebbiolo i suoi preferiti…Prima del conflitto, da queste parti si rammentano ancora di Giuseppe Santhià che vinse tre tappe. Veniamo alla quattordicesima tappa. Si parte da Aglié. Vuoi non chiedere, giocando sull’omonimia, al gioviale colombiano Jarlinson Pantano se ha in mente qualcosa per onorare la memoria del suo quasi omonimo che sulla salita del santuario di Oropa fece miracoli? “Perché no? Oggi è la salita di Pantani, ed è adatta alle mie caratteristiche, è la giornata giusta per provarci”, ha risposto con un sorriso Colgate con gardol il buon Pantano, in fondo, pensa lui, è questione di vocali.

E il sogno si stava per avverare, quando si è trovato quasi solo al comando insieme all’italiano Dario Cataldo e allo stremato austriaco Albert Timmer che aveva tentato l’ultima fuga, ai piedi dell’arrampicata. Mancava davvero poco, e pareva fatta. E pure noi ci avremmo ricamato, parole e pedali sono un doping non ancora perseguito… “Pantano quindici anni dopo Pantani”, sarebbe stato l’ovvio titolo, non solo della Gazzetta dello Sport. Purtroppo, non sempre la corsa segue logiche editoriali. Banalità sventata. Probabilmente il Pirata si sarebbe rivoltato nella tomba, perché il 30 maggio del 1999 fece qualcosa di strepitoso: gli si era rotta la catena a otto chilometri e 400 metri dall’arrivo. Cambiò bici, ebbe all’inizio un rientro faticoso nel gruppo dei migliori poi cambiò marcia: cominciò a rimontare uno dopo l’altro 48 corridori, fino a raggiungere il francese Laurent Jalabert (diventato telecronista), e a superarlo in tromba.

Oggi, a 2600 metri dal traguardo, giusto nel punto in cui Pantani lasciò un basito Jalabert, i suoi irriducibili tifosi hanno fatto presidio. Cominciando con un lenzuolone bianco dove hanno scritto “Pantani in vetta ancora nei cuori”. Più avanti, su un curvone che girava a destra, campeggiava un più accalorato “i tuoi scatti sono leggenda il tuo sorriso nei nostri cuori grazie Pirata!”. Accanto: “Marco…da campione e a stella nel cielo”. Di fianco: “Marco presente!”. Alla sua destra un tricolore, sul verde c’era scritto Mazzini, sul bianco Cavour, sul rosso Garibaldi. Non ho letto Pantani, ma forse i tifosi del ciclismo lo immaginano al fianco dei padri della patria… E pensare che quel fatidico 30 maggio la partenza venne ritardata perché Pantani arrivò in ritardo al via di Racconigi, sbucando trafelato da dietro le macchine della carovana… Questa è ormai leggenda.

Quella di Pantano e Cataldo, sta per trasformarsi in beffa. Infatti, i due non avevano fatto i conti con l’incredibile Enrico Battaglin da Marostica, 25 anni il 17 novembre – nato dunque segno dello Scorpione: come Vittorio Adorni, Bernard Hinault, Jan Raas. Era nel gruppetto di ventun corridori in fuga pochi chilometri dopo il via da Aglié, dunque quasi centosessanta chilometri di corsa in testa. Si è sentito le gambe ancora buone. Pian piano ha recuperato posizioni e nell’ultimo chilometro si è accorto che Pantano, Cataldo e l’austriaco Albert Timmer (scappato via ai con Manuel Quinziato a quindici chilometri dal traguardo) stavano distillando le ultime energie. Zoom. In primo piano Cataldo dalla barba rada che pensa di liquidare Pantano, perché lo vede cotto. L’austriaco scivola indietro, la fatica appesantisce le sue gambe e si vede.

E’ sostituito da Mattia Cattaneo, giovane di buone speranze. Ma Battaglin è lì, alle loro spalle. La sua figurina diventa figura. Affianca Cattaneo. Lo stampa. Raggiunge Pantano e Cataldo. Si accoda. Rifiata. Cattaneo non ne ha più: fuori uno. Cataldo sembra in grado di controllare i rivali. Sbaglia. Battaglin, che l’anno prima aveva vinto a Serra san Bruno sotto l’acquazzone, s’incurva sul manubrio e spinge furiosamente. Cataldo sbarella. Accusa il colpo. Tenta un disperato testa a testa. Battaglin lo infilza. Sfreccia per primo. Conquista la tappa pantaniana alla rispettabile media di 35,823 chilometri l’ora. Pantano, terzo, becca sette secondi. In verità, tutti noi suiveurs ci aspettavamo che al posto di Battaglin, Cataldo e Pantano ci fossero i big del gruppo. La loro corsa al risparmio, almeno sino a Favaro dove ci sono tornantini micidiali, riassume questo Giro non bellissimo non bruttissimo, bensì molto aperto. Non c’è un vero dominatore. Nessuno è quel che sembra.

Tutti aspettano di regolare i conti la prossima settimana, nelle ultime cinque tappe. Prendiamo Rigoberto Uran Uran: la maglia rosa paga il grande sforzo della trionfale cronometro di Barolo. Ad Oropa è appena ventiduesimo. Persino l’attempato Cadel Evans gli ruba cinque piccoli secondi. Dei migliori, soltanto il trentenne Domenico Pozzovivo, buon scalatore, ha attaccato: tanta fatica in cambio di ventun secondi. Chissà se la politica della formichina lo premierà. E’ all’ottavo Giro e ha solamente una tappa nel carniere (2012, da Sulmona a Lago Laceno). Il divo Nairo Quintana si è appeso ai mozzi di Domenico, alla fine cinicamente lo ha saltato, guadagnando quattro secondi sull’italiano e 25 su Uran Uran. Non è però quello del Tour 2013, forse è suo fratello…

Buone prove dei giovani, della serie un giorno sentiremo parlare di loro, italiani e non. Il più cattivo mi sembra Rafal Majka che sintetizza: “Oggi si comincia a capire chi va e chi no. Domani, a Montecampione, capiremo ancora di più. Per adesso, pure io posso vincere il Giro”. In classifica generale è terzo, davanti a Pozzovivo. Mi piace Nicholas Roche figlio del grande Steve che vinse Giro, Tour e Mondiale nel 1987: giorno dopo giorno è sempre più attivo e coraggioso. Buon sangue non mente: papà ne sarà giustamente orgoglioso. Quanto al Giro, ahimè, manca l’impresa, come direbbero quelli di Confindustria. Giro specchio della crisi d’Italia. Si attraversano comuni in piena bagarre elettorale, altro che battaglia nel gruppo rosa. Tra sagre del rosso di maggio (a Gattinara), “figli del fuoco” in Valgrande, e la quindicesima edizione di Transumando, ossia la camminata con la mandria (da queste parti si alleva la razza pezzata rossa) all’insegna di “tante mucche, tante storie”, non posso restare insensibile al fattaccio che ha sconvolto Salassa: qualcuno ha rubato la bici dedicata al Giro esposta davanti all’hotel Degra.

Comunque, sui giornali locali, il Gran Premio della Montagna se lo merita questo titolo dell’Eco di Biella: “Ginocchiata dove non batte il sole. E lo stupro non riesce”. Finalmente una buona novella. Purtroppo, un brutto incidente è capitato in corsa. La moto 1 della Rai ha travolto un addetto al servizio d’ordine, e l’ha quasi ammazzato. E’ in rianimazione a Torino. I cronisti sportivi ci hanno informato che il cameraman e il pilota della moto se la sono cavata. Del signore Angelo Leone, 59 anni, in pericolo di vita, hanno taciuto. Solo Alessandra De Stefano, all’inizio del Processo della tappa, si è ricordata qual è il dovere di un giornalista, e ha riferito che l’addetto è stato rianimato e portato in elicottero al Centro Traumatologico di Torino.