L’Europa è ormai a un bivio. Le elezioni di maggio sono di un’importanza cruciale, che non ha precedenti nella storia dell’Unione. Cambiare passo, verso e direzione, o finire risucchiati nel vortice dei vecchi piccoli nazionalismi. Come accade sempre alla vigilia di consultazioni elettorali che segnano la fine di un’esperienza di governo percepita come fallimentare tutte le forze politiche in campo cercano di marcare una qualche differenza rispetto alle persone che sono a fine mandato. C’è chi può farlo in maniera più evidente, e chi invece meno, ma tutti parlano di svolta e di ripartenza, promettendo una virata decisa, ad angolatura variabile. E allora via con i programmi, le dichiarazioni di intenti, i manifesti culturali, le conferenze, i convegni e i dibattiti tv. In questo grande guazzabuglio di buoni propositi, utopie e frasi ad effetto destinate ad essere poi dimenticate manca però un tema che è stato e rimarrà sempre alla base del processo di costruzione dello stato democratico moderno. L’abolizione della schiavitù.

Immagino in alcuni lettori una reazione sorpresa. In molti penseranno probabilmente a una boutade, o a una provocazione anticapitalistica un po’ forzata. No, niente di tutto ciò. Quando dico schiavitù intendo attingere dal senso letterale della parola. Privazione delle libertà fondamentali e asservimento. Si, esatto. Essere umani acquistati e venduti. E non si tratta di un fenomeno marginale o sporadico. Secondo l’UNODC, l’ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, il flusso di esseri umani commercializzati ogni anno in Europa ammonterebbe a circa 70.000. Un business che frutta tre miliardi di dollari ogni dodici mesi. Oltre l’80 per cento di queste persone viene acquistato al semplice scopo dello sfruttamento sessuale. Sono quasi tutte donne, vittime della povertà, importate da altri paesi, ridotte in schiavitù, e offerte sulla strada ai consumatori europei, sotto gli occhi di tutti.

La maggior parte viene dai Balcani e dai paesi dell’ex blocco sovietico. Una percentuale minore dal Sud America. E una percentuale ancora più piccola dall’Africa, in particolare dal versante occidentale del continente. Il traffico di esseri umani dall’Asia orientale riguarda soprattutto donne vietnamite, tailandesi, cinesi o cambogiane vendute in appartamenti.

Donne, quasi sempre donne. Convinte a partire da organizzazioni criminali che operano nei loro paesi di origine, con la promessa di un lavoro da assistenti domestiche, cameriere, o al massimo massaggiatrici. Rinchiuse in case comuni, violentate ripetutamente, umiliate, costrette ad assumere droghe per diventare più accondiscendenti. Le poche che partono convinte di varcare i confini europei per diventare prostitute non sono coscienti delle condizioni di vita in cui dovranno esercitare il lavoro più vecchio al mondo.

In Italia le strade provinciali, le zone industriali e i viali periferici sono pieni di schiave. Esposte agli acquirenti, nell’indifferenza generale. La gravità di questo fenomeno è intollerabile, quasi quanto il fatto che prosperi alla luce del sole, anzi dei lampioni notturni. Eppure in pochi si indignano per davvero. Le stesse persone che magari riescono a provare una sincera empatia verso i protagonisti di un film ambientato nel medioevo si vedono passare sotto gli occhi storie reali di indicibili violenze contemporanee senza provare il minimo fastidio. Addirittura alcuni politici si approcciano al problema della tratta di esseri umani come a un rischio per il traffico. O peggio ancora per il decoro urbano. Questo la dice lunga su come l’Europa, e in particolar modo l’Italia, continui ad essere moralmente centripeta. Incapace di avere uno sguardo globale, nazionalisticamente classista, inconsciamente vittima di un cupo determinismo storico verso il sud del mondo.

Camminando per la strada alcuni giorni fa mi sono imbattuto in un manifesto elettorale del Pd, il Partito riformista che si propone di rifondare il Paese, e che, a detta del suo Segretario, aspira a diventare la compagine politica maggiormente rappresentata all’interno del Partito Socialista Europeo. Sul manifesto c’era la foto di un giovane sorridente, e questo slogan: “Banda larga in tempi stretti: ce lo chiede Alex”. In parole povere, la priorità politica di Alex, giovane e brillante elettore di sinistra, preso come esempio dal suo stesso partito al punto di finire su un grande manifesto elettorale, è che internet vada più veloce.

Il livello politico di questa campagna elettorale è davvero basso. Quello della schiavitù dovrebbe essere un tema cardinale. Soprattutto per gli elettori e per i partiti della sinistra riformista. Soprattutto ora che il crollo dei vecchi regimi nordafricani espone le coste meridionali dell’Europa a un forte afflusso di migranti ridotti alla disperazione. Ripartire da zero, dalle lotte per il rispetto dei diritti fondamentali dell’individuo, è forse più urgente che velocizzare la navigazione su internet. Per costruire la tanto agognata quanto finora assente identità politica europea bisognerebbe probabilmente partire proprio da lì, dalle lotte civili che hanno preceduto la creazione delle democrazie europee.