Scompartimento N. 6…e si allontana l’Unione Sovietica, i distributori automatici di acqua minerale (senza melassa una copeca, con melassa tre copeche), i minibus, le bambine con le trecce in divise scolastiche bianche e nere, una terra sconosciuta, le sue acque calme e i suoi abissi, le città costruite in una notte, i centri amministrativi dei distretti, i villaggi, le paludi, le torbiere, la steppa, la taiga, le distese disabitate, le foreste, le zone devastate, le aree disboscate, le fotografie ritoccate dei membri del politburo sulla piazza centrale, i curiosi davanti ai negozi riservati ai compagni di partito, le saune comuni, i grandi magazzini statali, le donne spazzine, gli spalatori, i portieri d’albergo che prendono mazzette, l’ottima vodka, lo spumante secco georgiano e il senso di sicurezza che si prova per le strade sovietiche di notte.

Poetico, crudo, spiazzante questo romanzo dell’autrice finlandese Rosa Liksom, “Scompartimento N.6”, tradotto da Delfina Sessa e pubblicato in Italia da Iperborea. Il titolo è un omaggio a Čechov, che nel 1892 scrisse una novella ambientata nella corsia di un manicomio (“La corsia N.6”, appunto). Siamo a Mosca, nel 1988, sul leggendario treno della Transiberiana diretto a Ulan Bator, in Mongolia, due estranei si trovano a condividere lo stesso scompartimento: una timida e taciturna studentessa finlandese e un violento proletario russo dall’inesauribile sete di vodka. Nell’intimità forzata del piccolo spazio chiuso la tensione sale. Lui è uno sciovinista, misogino, antisemita, avvezzo al carcere e ai campi di correzione, ma con l’irriducibile passione per la vita di chi si aggrappa agli istinti bruti per non cedere al vuoto che lo circonda. Vede il fallimento del sogno sovietico, la deriva della grande madre Russia, ma non può che difenderla con la disperazione di un amore deluso. Lei è tormentata dai ricordi del suo ragazzo moscovita, uno studente che si è finto pazzo per non combattere in Afghanistan ed è impazzito nel manicomio dove l’hanno rinchiuso, lasciandola piena di domande senza risposta nella terra che l’ha sedotta. È l’anima di questa terra a pulsare nelle sconfinate distese che il treno attraversa, nei villaggi divorati dal degrado e dalla taiga innevata, nelle città chiuse dei deportati e degli scienziati, nel mosaico di identità e popoli di una Siberia in cui tutto è estremo.

Sul tavolato appiccicoso della cucina c’era un residuo di linoleum consunto. Le assi gemevano e scricchiolavano a ogni passo, le pareti erano inclinate e percorse da fili elettrici neri che parevano sanguisughe. Nell’angolo delle icone era appesa tutta storta una fotografia di Stalin, con una vecchia icona di san Nicola. I ripiani della credenza senza porte si riflettevano sotto il peso dei prodotti secchi e dei barattoli di conserva, mentre lo spazio tra i doppi vetri della finestra era stipato di provviste da conservare al freddo. Nell’angolo più buio della cucina sobbolliva , in un tino smaltato, della verza aromatizzata ai mirtilli rossi. Evidentemente sotto la finestra sonnecchiava un orto, visto che dei secchi di cenere erano stati gettati sullo strato di neve che lo proteggeva.

L’umanità sovietica in movimento descritta da Rosa Liksom è credibile e reale. L’autrice stessa ha compiuto per studio il viaggio descritta nel romanzo proprio sul finire degli anni Ottanta. C’è probabilmente una sorta di immedesimazione tra la ragazza finlandese protagonista, che non si esprime mai nei dialoghi diretti, che osserva, che è rapita dall’animo russo nonostante la brutalità e il disfacimento che subisce quotidianamente nella sua epopea universitaria, e Rosa Liksom. Memorabile, unico, personaggio delineato con tratti sicuri e indimenticabili l’uomo che farà il viaggio con la giovane finnica. Uomo dal lessico brutale, grezzo e sanguinario, capace di insperate tenerezze e ringhiosi monologhi di salvaguardia della propria nazione. Con un realismo crudo che trasuda poesia, Rosa Liksom racconta l’incontro tra due destini, tra l’universo maschile e femminile, ma soprattutto il viaggio attraverso la fine di un impero che sembra sciogliersi in fanghiglia ai primi segni del disgelo, nel cuore di un popolo disilluso e fiero, rude e sentimentale, rassegnato e ribelle, che vive nella perenne nostalgia del passato e del futuro, nell’eterno sogno cechoviano “A Mosca! A Mosca!”.

Si allontana un paese dove l’infelicità passa per felicità, i gabinetti degli esperti, i comitati di partito delle fabbriche, le sale da gioco clandestine, i concerti privati vietati, le mostre d’arte negli appartamenti-atelier, le garitte, le bancarelle di blini, le bancarelle di biscotti, i tetti rabberciati, le case crollate sotto la neve, i milioni di contadini, cittadini, lavoratori morti di fame, i milioni di cittadini fedeli allo Stato morti di fame e di stenti nelle prigioni, nei gulag e sui cantieri, le delazioni, la tirannia del partito, le elezioni senza alternative, i brogli elettorali (…) Si allontana l’Unione Sovietica, una terra stanca, sporca, e il treno s’immerge nella natura, avanza pulsando attraverso un paese sabbioso, deserto. Tutto è in movimento: la neve, l’acqua, l’aria, gli alberi, le nubi, il vento, le città, i villaggi, gli uomini e i pensieri.